Recensione: “L’eternità dolcissima di Renato Cane”

renato cane

Nell’ambito della rassegna dedicata alla Trilogia dell’essenziale, scritta da Valentina Diana e interpretata da Marco Vergani, è andato in scena martedì 15 ottobre L’eternità dolcissima di Renato Cane, spettacolo tragicomico e grottesco che affronta il tema della morte stagliandolo sull’eventualità che questa sia solo un passaggio obbligato per un’esistenza migliore.

Renato Cane, impiegato alla Pretafarm azienda farmaceutica, dopo aver ricevuto una sentenza di morte dal suo medico che gli prospetta 3 o 4 mesi di vita, tenta di sovvertire l’ultimatum rivolgendosi alla B.B.B. azienda specializzata in funerali e in Eternità, venduta come un pacchetto vacanze estremamente conveniente e vantaggioso per un’anima in pena, più della vita stessa.

La criticità della tematica viene via via stemperata non solo dall’impianto drammaturgico, dichiaratamente basato sull’assurdo in termini di favolistica noir, si potrebbe dire, ma anche dall’apparato sceno-tecnico che permette di entrare ed uscire emotivamente dal racconto sia all’attore che allo spettatore, dando la possibilità ad entrambi di bilanciare quanto detto o ascoltato con la giusta dose di pura ‘teatralità’. Questa, infatti, consta di luci al neon e pochi elementi oggettuali fortemente simbolici, il tutto scandito da sonorità efficaci a costituire un’esperienza visivo-auditiva interessante e quasi mai tediosa.

Al di là dell’innegabile bravura di Marco Vergani, che pur eccede dall’atmosfera e dal personaggio in determinate occasioni tendendo ad una leggera ridondanza, o dell’intuitiva ed attenta regia di Vinicio Marchioni, in bilico però tra essenzialità e semplificazione, ciò che risulta essere centrale nell’operazione teatrale sul pubblico è il testo di Valentina Diana. Quest’ultimo risulta essere, all’attenzione dello sguardo, molte volte facilmente prevedibile nelle sue evoluzioni, forse eccessivamente sbilanciato sul versante comico-grottesco che man mano sbiadisce quelle che sono sfumature necessarie dell’emotività che si deve ad una tematica come quella affrontata nella pièce.
Sorvolando su alcune possibili lacune narrative, a livello di caratterizzazione dei personaggi, ciò che maggiormente indispettisce lo spettatore alla fine dello spettacolo è proprio la modalità con cui l’autrice fa terminare la vicenda esistenziale, ma sopratutto teatrale, di Renato Cane, ovvero con una frettolosità che non ha giovato alla componente empatica e ha rotto, in qualche modo, un certo patto emotivo con lo spettatore, che si instaura quando ci si propone di portare in scena la morte.

Interessante, certamente, è la modalità drammaturgica con cui il tema dell’esistenza intreccia l’argomento principe del paradigma neo-capitalistico: domanda e offerta, acquisto e vendita come metafore concrete della mercificazione della vita, dell’intimità, dell’esperienza e, in questo caso, anche dell’eternità. Il testo della Diana, però, potrebbe peccare di un leggero anacronismo, essendo tale paradigma ormai completamente sostituito dalla società digitale e dalle conseguenze che questa ha determinato nei rapporti e nella percezione dell’immagine in relazione all’identità. L’individuo odierno non è più il sorvegliato focaultiano né colui che viene passivamente manipolato dalla pubblicità e asservito allo scopo totalizzante della produzione. Ciò che risulta maggiormente pressante e attuale, ora è tutto ciò che riguarda un Io che si fa e si disfa, si percepisce e poi si perde, si elogia o si redarguisce costantemente, sullo sfondo di una de-personalizzazione e di un’iper-performatività che dilaga in ogni ambito umano, soprattutto quello della quotidianità, dell’estrema fattività. E ciò su cui ci si interroga, in quest’epoca di Io obesi e sempre più uguali tra loro, è il ruolo dell’Altro. Cos’ha ancora da dirci il nostro vicino, il collega di lavoro, il compagno di università, l’amato, l’amante? Cos’abbiamo ancora da darci, di reale, di autentico, di analogicamente importante?

Giuseppe Pipino

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