Recensione: “L’effet de Serge”

effet de serge

L’Effet de Serge di Philippe Quesne è uno spettacolo decisamente curioso.

L’artista francese, per la prima volta a Milano, ha portato sul palco del Teatro dell’Arte, il 27 e il 28 marzo, L’Effet de Serge, spettacolo nato nel 2007.
Philipe Quesne è un nome diventato ormai famoso a livello internazionale. Il suo lavoro teatrale comincia nel 2003 quando fonda la compagnia Vivarium Studio, dopo dieci anni trascorsi come progettista di allestimenti scenografici per teatri, opera, gallerie d’arte e musei. La sua formazione di artista visivo gli permette di rompere gli schemi tradizionali e osare sia a livello visivo che narrativo, riuscendo a creare mondi paralleli in delicatissimo equilibrio tra realtà e finzione.
Così è anche per L’Effet de Serge.

Il pubblico del Teatro dell’Arte si è trovato di fronte a qualcosa di diverso, a una piccola perla di teatro sperimentale internazionale.
L’atmosfera cui rimanda è squisitamente francese, così come il protagonista in scena, Gaetan Vourc’h, che impersona un tipo mite ma stralunato, introverso e bizzarro, dalla fisicità particolare e dal volto triste. Lo spettacolo è stato volutamente costruito sopra la figura di quest’attore che riesce, grazie alla sua naturalezza, a mantenere sempre costante l’attenzione dello spettatore.

La scena è semplice, tutto si svolge all’interno di una casa in cui Serge dichiara di essersi trasferito da poco. Si vedono un grande tavolo pieno di oggetti, una televisione, uno stereo, una moquette, luci al neon e una grande finestra sul giardino.
Serge ha una particolarità: ama creare brevissimi spettacoli per i suoi amici che invita ogni domenica alle 18 precise per assistere all’evento.

Gli effetti che Serge crea sono semplici esperimenti tecnologici – una macchinina elettrica pirotecnica, un laser sul muro, i fari di un’automobile a ritmo di musica – che come un fulmine, illuminano, per un brevissimo tempo, la routine della vita.

Come l’ambiente in cui vive, così la vita stessa di Serge, risulta ordinaria, addirittura banale, se non fosse per quei pochissimi minuti di straordinarietà domenicale che rompono la noia e la quotidianità del tempo. Quei brevi spettacoli realizzati in casa diventano la sua salvezza e la sua ragione di vita.

La sensazione percepita guardando lo spettacolo è quella di spiare nell’intimità di qualcuno; l’ambiente diventa a poco a poco stranamente familiare e Serge comincia incredibilmente ad assomigliare ad un vicino di casa, ad un amico che non si vede da tanto tempo, ad una persona conosciuta per caso, ad un vecchio compagno di scuola…creando così nello spettatore disparati sentimenti di affezione, curiosità, dubbi, paradossi.
Dunque cos’è L’Effet de Serge?
È uno spettacolo sul tempo: mette in scena un tempo reale, dove ogni azione, per quanto banale, ha il suo giusto spazio.
È uno spettacolo sulla condizione dello spettatore, del critico, degli attori, delle messe in scena, del fare spettacolo. È una riflessione che si interroga se tutto ciò che viene creato ha una propria valenza artistica oppure no.
L’Effet de Serge è uno di quegli spettacoli che continuano a tornare in mente anche a distanza di giorni perché non risponde a nessun dubbio o quesito, perché è talmente semplice da nascondere la complessità, perché è terribilmente vero (eppure finto) e per questo spiazzante.

Valentina Dall’Ara

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