Recensione: “Lear, schiavo d’amore”

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foto Giorgio Sottile

Dal 16 al 19 maggio, le battute di “Lear, schiavo d’amore” hanno riecheggiato nella Sala Fassbinder del Teatro Elfo Puccini di Milano.
Una riscrittura del Re Lear shakespeariano nata dalla penna di Marco Isidori, regista, nonché attore della pièce. Una coproduzione Marcido Marcjdoris, Famosa Mimosa e Teatro stabile di Torino, con il sostegno di TAP (Torino Arti Performative) volta ad esaltare il celebre dramma d’amore avvalendosi di una chiave di lettura nuova, inusuale e interamente contemporanea.

La dichiarazione d’intenti di Isidori, secondo la quale “Amore è la richiesta generale della specie alla specie; anzi azzardandosi supponiamo che alla sentimentalità vada la tensione precipua della materia universa (fisica docet)”, funge da mantra che governa le azioni di tutti i personaggi della tragedia. La drammaturgia ci regala l’infinita complessità dei nodi tragici shakespeariani, eludendo, se necessario, anche i rami pleonastici della trama originaria e restituisce, seppure in una diversa luce, il ritmo e la musicalità intrinsechi nei versi del poeta e drammaturgo inglese. Lo stesso Isidori pone l’accento sull’estrema permeabilità della poesia di Shakespeare, in cui un “bilanciatissimo gioco linguistico permette che la si possa agevolmente abitare senza temere catastrofi semantiche”.

Altro punto di forza di “Lear, schiavo d’amore” è senz’altro l’erudita scenografia di Daniela Dal Cin, che ricrea un sottomarino volante capace di accompagnare la narrazione e al contempo di privilegiare la dimensione epica del racconto del Bardo. Introducendoci in un habitat fantastico, il sottomarino della Dal Cin, composto da torrioni, boccaporti, pertugi, passerelle e sfiatatoi, si è dimostrato una macchina cangiante e intrigante, stimolando la creatività degli spettatori, curiosi di sapere e anticipare i prossimi usi delle carrucole e dei tralicci di quel mezzo affascinante.

Ad abitare la narrazione, riempiendo gli antri di una così articolata scenografia, interviene il cast dei Marcido Marcidorjs, che, trasformandosi di pari passo col panorama scenografico retrostante e sottostante, si muove in balia dell’onda narrativa lasciandosi cullare e al contempo dominando la tempesta di versi e prosa shakespeariana, che viene incanalata in un processo di azioni e reazioni dai ritmi frenetici, captando l’attenzione di un pubblico che per un’ora e mezza rimane seduto a sorprendersi dei giochi linguistici e della fisicità di un gruppo attoriale omogeneo e affiatato, da cui spicca la figura di Edmund, figlio del conte di Gloucester, interpretato da Paolo Oricco, che padroneggia le sfaccettature caratteriali di un complesso personaggio muta-forma, che parte come principe e termina il suo percorso nella scena da folle.

Lo spettacolo si presenta come un connubio esplosivo di scenografia e recitazione, entrambe spinte all’ennesima potenza grazie a un cast esemplare, per cui il prodotto finale, figlio di scenografi, costumisti, attori, tecnici e registi di grande esperienza, non delude le aspettative. In termini di chiarezza espositiva, la difficile scelta di riadattare un testo shakespeariano, mantenendo comunque una lettura non totalmente prosaica, ma quasi poetica, versificata, può rivelarsi impegnativa e in alcuni momenti criptica. In tal senso, risulta fondamentale il radicarsi delle parole alla recitazione volutamente esagerata e grottesca della compagnia dei Marcidorjs, che conclude la performance ricevendo un sonoro applauso da parte del pubblico.

Jasmine Turani

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