Recensione: “Le relazioni pericolose”

le relazioni pericolose
foto Caselli Nirmal

“Il potere non è qualcosa che si acquista, si strappa o si condivide, qualcosa che si conserva o che si lascia sfuggire; il potere si esercita a partire da innumerevoli punti e nel gioco di relazioni disuguali e mobili.” La circolarità del potere espressa da Foucault ben si presta ad essere substrato delle relazioni “pericolose” e mutevoli che vedono i vari personaggi del romanzo epistolare di Choderlos de Laclos danzare, ora con voluttà e ora con asservimento, tra le quinte di intrighi ed inganni.
Elena Bucci, Marco Sgrosso e Gaetano Colella portano in scena il “conto aperto tra la marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont, ovvero lettere raccolte tra un gruppo di persone e pubblicate a scopo d’istruirne alcune altre” al Teatro Franco Parenti dal 9 al 13 maggio, in Sala Grande.

Les liaisons dangereuses, considerato uno dei romanzi più importanti ed influenti della letteratura francese, scritto nel 1782, restituisce una visione cinica e “dissacrante” della nobiltà francese indifferente al nascente sentimento rivoluzionario che travolgerà la società di lì a poco.
La marchesa di Merteuil, per vendicarsi di un amante traditore, convince il visconte di Valmont a conquistare la promessa sposa di questi, la giovane illibata Cècile de Volanges, a sua volta innamorata del cavaliere Danceny. Come premio per l’impresa, la marchesa gli concederà ancora una volta le sue grazie. Ma all’interno di una trama così ben imbastita, i due protagonisti hanno sottovalutato la forza dell’imprevedibilità e la contingenza del sentimento, che determineranno la tragica chiusura del sipario non solo della storia, ma soprattutto di un’epoca.

La natura profonda del Teatro comporta la presenza sul palco di svariate identità ed elementi dissimulatori. L’apparenza presuppone il doppio. L’immagine corrompe la parola. Il movimento ribalta l’intenzione. E’ un grande gioco di potere, il teatro. Potere che circola, cambia forma, si muove tra le anime della platea, che a volte credono di possederlo e altre ne sono avvinte, sale e scende dal palcoscenico, si rende manifesto o si cela nell’oscurità. Allo stesso modo, gli attori non sono mai uno. Bucci è la Marchesa di Merteuil ma anche Madame de Tourvel; Sgrosso è il visconte Valmont che, a sua volta, è seduttore e sedotto, manipola il desiderio e poi né è vinto; Colella è voce narrante e penna tagliente, ora padrone e ora osservatore delle situazioni che genera o racconta. Stesso discorso vale per l’apparato scenico: le quinte movibili sono fondali e cornici, diventano soglie o barriere, accolgono lo sguardo e poi lo ottundono.

La danza sensuale e ironica dei corpi, l’espressività potente dei volti, dei gesti e voci sono valorizzate continuamente da una drammaturgia luminosa (a cura di Loredana Oddone) di grande effetto, con una padronanza straordinaria nel cambiare registro, nello scorrere, quasi impercettibile, tra le pagine e le parole. E proprio quest’ultime, sulle quali è evidente una meravigliosa operazione artigianale dei due registi, godono del lavoro sonoro poliedrico di Raffaele Bassetti, che affianca fluentemente Chopin e Schubert, Preisner e Tiersen.

«L’amore che vantiamo come la causa dei nostri piaceri non ne è in realtà che il pretesto». La corposa trama di inganni e bugie, piaceri e vendette, capricci e vanità, utilizza la parola come strumento privilegiato. Parola come sorgente di potere. Tutto ciò che avviene, dal fine calcolo al prorompente inaspettato, si regge pericolosamente su un unico parametro: il segno grafico, impressione su carta di astrazioni e sogni, propositi e timori. La parola partecipa della nascita del senso e della sua morte, così come dell’esistenza e della fine dei personaggi, che ad essa si aggrappano con la speranza, e talvolta, la pretesa di possederla, per poi arrendersi alla sua inafferrabilità. Come la vita. Come l’amore.

Giuseppe Pipino

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