Recensione: “Le cosmicomiche/La bottega del mistero”

cosmicomiche
foto DORKIN

La letteratura a teatro è un bel esercizio in grado di far cortocircuitare, dinamitare le regole della Poetica di Aristotele, si può fare, con un salto oltre la logica, animato dalla preziosa fede nel paradosso, della narra-azione, un’azione scenica.

Il regista Lorenzo Loris ha già pratica di questo attività, e, portando su questa produzione del Teatro Out Off la memoria storica dei testi testoriani e gaddiani già rappresentati, si spinge ancora oltre mettendo in pratica un riuscito esperimento di ingegneria genetica drammaturgica, congiungendo sequenze del dna dei racconti di Calvino, con quello delle novelle di Buzzati. Tema conduttore, nella cernita delle opere, è l’amore, declinato secondo la scelta del fantastico, che, oltre a donare una piacevole livresse all’andamento di questa scrittura, riesce ad aprirsi un varco nel reale, trovando squarci di luce lirica al di là del velo del quotidiano.

In scena prevede un riuscito meticciato di oggetti, dall’immancabile macchina da scrivere, topos irrinunciabile della scrittura, alla presenza di una sorta di fortino costituito da due torri di legno unite da un comune camminamento, una sorta di accenno della fortezza Bastiani in cui nuove incarnazioni del tenente Drogo possano sognare la loro attesa. I due attori sono complementari, ed esprimono idealmente le due polarità recitative, ovvero quella dionisiaca e apollinea.

Paolo Bessegato è il raisonneur, e la sua vocalità piena, rotonda, piacevolmente impreziosita dalla spezia di una aristocratica nasalità, ben si adatta alla retorica inamidata, formale del personaggio interpretato nel secondo racconto, ma sa aprirsi varchi di struggente nostalgia dell’ultimo, arricchita da una mimica che nei suoi momenti più alti si staticizza nel bel dagherrotipo del clown tragico. Di contro Pietro Bontempo offre un’interpretazione “di pancia” ed i suoi fonemi materici, roridi di saliva e fatica del dire, tuonano la loro forza allo spettatore, donando idealmente all’interprete l’armatura di un Orlando in cerca di un senno lunare, o di un Aiace posseduto da una catartica follia.

Il primo racconto di Calvino, “La distanza della luna” ha tutto il sapore di un poetico gioco chapliniano con il mappamondo lunare, innervato dalla dolosa energia del protagonista, che dona alla parola la giusta forza propulsiva per andare oltre la quarta parete. Il secondo, “La memoria del mondo”, sempre di Calvino, dà la possibilità al regista di “ingolcondire” i due interpreti nell’archetipo magrittiano, burocratico, degli uomini con la bombetta, in cui ironicamente l’autore trova una soluzione noir all’incoerenza, la discrepanza tra letteratura e vita. Il terzo, “Ragazza che precipita” di Buzzati, riporta una Alice contemporanea nella tana del bianconiglio, che qui diventa il baratro di un palazzo. L’oggetto scenico sospeso, costituito da una bambola di plastica, perde la sua originaria carica oscena, grottesca, ed acquista una poesia da quadro di Chagall. Potente è l’immagine dell’interprete, Pietro Bontempo, un tableaux vivant che inverte la prospettiva del Cristo di Mantegna, una posizione precaria, costruita con le mani aggrappate a delle funi, la testa verso il pubblico, ed i piedi arrampicati su una scala di corda. Il quarto, sempre scelto nell’in-folio buzzatiano, “Inviti superflui” è l’elegia di un amore sognato, cercato, distante, di una luna agognata , che non può più essere afferrata come quella di Calvino, ed allora, per sublimare la distanza, il racconto narra, a sua volta, il racconto di una passione impossibile, in un gioco dell’”avrebbe potuto essere”.

Forse quest’ultimo è la sfida più grande che Loris abbia regalato a se stesso, trovandosi a fare di materia scenica un puro distillato di parola narrativa. Per sciogliere questo nodo gordiano, ha l’intuizione di darle ulteriore forza, di valorizzarla al massimo grado, di terzodimensionalizzarla facendo vibrare i diaframmi degli attori come tamburi di guerra, restituendola allo spettatore in una forma plastica, elegante e cruda al tempo stesso. Si ha dunque l’impressione che abbia esercitato l’arte della levatrice per fare partorire racconti che, come il neonato, piangano tutta la loro dolorosa gioia nello scoprirsi vivi.

Danilo Caravà

 

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