Recensione: “Le allegre comari di Windsor”

allegre comari

Due identiche lettere d’amore dirette a due amiche ormai non più giovani: da un atto civettuolo e spudorato si innesta uno spettacolo nello spettacolo, che sostituisce il consueto incontro del tè pomeridiano, tedioso e very british, con una performance originale e fine a se stessa.

È una rilettura allegra e frizzante del capolavoro shakespeariano quella in scena dal 21 febbraio al 3 marzo 2019 al Teatro Carcano, che vede la collaborazione della regista Serena Sinigaglia e dello scrittore Edoardo Erba, in uno spettacolo tutto al femminile. Nato nell’ambito del progetto di Gabriele Russo “Glob(e)al Shakespeare”, con l’obiettivo di affermare riletture originali e contemporanee dell’opera di Shakespeare, Le allegre comari di Windsor ha conquistato immediatamente pubblico e critica – come è evidente anche dagli appassionati applausi ricevuti al termine della rappresentazione – aggiudicandosi il Premio dell’Associazione Nazionale Critici di Teatro nel 2017.

La riscrittura di Erba si propone di salvare unicamente i ruoli femminili eliminando quelli maschili, citati ma non presenti fisicamente. Dalla collaborazione armonica di scrittura e regia nasce, così, un adattamento che sfida le convenzioni imposte dalla tradizione, taglia e monta con ironia la celebre commedia aggiungendo brani suonati e cantati dal vivo dal Falstaff di Verdi. In scena si ergono le donne, mogli, madri, amanti, padrone e serve, soggioganti e soggiogate, che si prendono la loro rivincita in un mondo che le ha sempre poste ai confini del rappresentabile, diventando anche interpreti dei personaggi maschili: l’anziano Mr Page e il geloso Mr Ford dalle rispettive mogli, l’immenso Falstaff dalla serva Quickly, Lord Felton, spasimante di Anne Page, da una fisarmonicista, che oltre a suonare dal vivo alcuni brani dell’opera verdiana, rappresenta il culmine del processo di demascolinizzazione, rivestendo un ruolo en travesti, come vuole la tradizione shakespeariana, ma al contrario. La strategia registica e testuale, che inverte le parti mostrando unicamente il trascurato punto di vista femminile è evidente anche dalle scelte scenografiche: il grande centrino di pizzo al centro del palco evoca un mondo femminile che attraversa i secoli, quello delle chiacchiere e delle confessioni scandalose, ma anche della monotonia e dell’insoddisfazione. Prevale, inoltre, il colore bianco, simbolo di un’ostentata quanto ipocrita castità virginale, in uno scenario che, tuttavia, ricorda più l’universo di Mrs Dallowey, che l’Inghilterra rinascimentale di Shakespeare.

La signora Ford e la signora Page sono due abbienti donne inglesi di mezz’età, maritate con uomini anziani e distratti, annoiate e bisbetiche. La loro vita trascorre ripetitiva, tra pettegolezzi e piccoli battibecchi, fino al momento in cui ricevono entrambe due lettera d’amore identiche, firmate da Sir John Falstaff, un nobile decaduto, amante del cibo e delle donne, che si propone alle due amiche come amante, in parte attirato dalla possibilità di ricavarne un vantaggio economico, in parte sedotto dal gusto per la beffa maliziosa e il pericolo. Venute a conoscenza dell’inganno ordito ai loro danni, le due donne utilizzeranno questo avvenimento come pretesto per dare nuova linfa vitale alle loro scialbe esistenze, tramando la vendetta contro quest’uomo immorale, aiutate dalla vivace Anne Page – innamorata di Lord Felton, un giovane e attraente signore, ma costretta a sottostare alle decisioni dei genitori – e dalla spudorata serva Quickly. Ha origine, così, un viaggio nella mente femminile, nei desideri sfrenati e sopiti di donne infelici e, tuttavia, ancora incapaci di riconoscere i propri errori, condizionate dal bigottismo di una società castrante. Ma nulla è reale: tutto ciò che accade sul palco è il progetto e la rappresentazione di ciò che potrebbe avvenire e non avverrà mai, innanzitutto perché soltanto un’elucubrazione di menti frustrate e fantasiose, in secondo luogo perché l’oggetto della vendetta, l’osceno demonio concupiscente, perisce inaspettatamente, sorprendendo tanto le protagoniste quanto il pubblico. La morte del vero motore della vicenda, l’incarnazione del desiderio ludico alla base dello spettacolo inscenato dal quartetto, appare non solo come un imprevedibile colpo di scena: l’introduzione del tragico all’interno di una faceta commedia riporta attore e spettatore alla triste realtà della vita.

Il verso conclusivo del capolavoro di Verdi, “Tutto nel mondo è burla”, viene ripreso e approfondito nella rappresentazione della Sinigaglia: la vita è soltanto un grande gioco con le sue regole, che si possono conoscere ma mai padroneggiare completamente. È quindi un inno autentico alla gioia e alla catarsi teatrale – che raggiunge l’acme con il rogo delle due lettere di Falstaff, che hanno dato origine allo spettacolo stesso – quello a cui si assiste nel finale, che porta con sé una nuova consapevolezza per i personaggi e per il pubblico: soltanto lasciando alle spalle i costrutti sociali, gli obblighi e le ipocrisie del mondo, si può affrontare il nulla dell’esistenza con il sorriso un po’ beffardo e un po’ fanciullesco di chi nulla chiede alla vita ma tutto accoglie.

Angelica Orsi

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