Recensione: “L’avvoltoio”

L'avvoltoio
L'avvoltoio - ©alecani

Il regista argentino Cèsar Brie torna a Campo Teatrale con “L’Avvoltoio”. Propone nuovamente un testo di forte attualità (dopo “Prima della bomba”) e porta in scena la profonda indagine di Anna Rita Signore che scava con sguardo critico e commovente umanità in uno dei tanti misteri dell’Italia Repubblicana.
Prodotto da Sardegna Teatro, il testo e l’incisiva messa in scena confermano la capacità straordinaria del teatro di informare e scuotere le nostre menti, ormai anestetizzate dall’enorme mole di notizie che ci investono lasciandoci apaticamente illesi.

L’opera/indagine si concentra sulle vicende, avvolte da una mescolanza di mistero e omertà all’italiana, riguardanti il Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze di Quirra, zona della Sardegna Centro-Orientale colpita da una devastante serie di morti sospette e di casi di tumori a pastori e soldati, nonché dal ritrovamento di cassette d’uranio nell’area del poligono.

In una scenografia povera ma fortemente evocativa, si muovono le anime di questa pièce secondo la potente visione del regista e attraverso un lavoro seminariale che trova perfetto compimento nelle relazioni tra gli attori capaci di dar voce alle varie personalità coinvolte nella vicenda. Il movimento perimetrale dei personaggi, che segna i confini della scena, e gli apart informativi/investigativi si alternano a momenti definiti della storia che ci riportano il dolore del capitale umano sacrificato dallo Stato a favore della ragion militare ed economica. L’ignoranza dei genitori del giovane militare, vittima di un sistema a cui aveva giurato fedeltà e obbedienza, e la spavalda noncuranza delle istituzioni, qui rappresentate in maniera brillante e dissacrante, emergono dalla scena quasi a spintonare letteralmente la nostra coscienza, stimolata anche dall’improvvisa luce in sala che bruscamente ci coinvolge e ci rende complici e al contempo vittime, giudici ma anche imputati. Ed è questo l’elemento più riuscito della sinergia attori-regista, esporci alla catastrofe e guarirci da una collettiva, quanto cronica, cecità.

Tutti i personaggi, in un modo o nell’altro, manifestano un profondo timore nei confronti della verità, che si cela alla luce ma prende vita nell’oscurità, sulle pareti, su volti e corpi proiettati, attraverso voci che intonano canti malinconici e levano in alto un grido di dolore che abbiamo il dovere di ascoltare. Una drammaturgia sonora carica di folklore e sentimento a cura di Luca Spanu e l’efficace utilizzo delle luci di Loïc François Hamelin.

Lo spirito investigativo attraversa l’intera opera, che acquisisce volutamente carattere di indagine, non solo scientifica, ma psicologica e profondamente umana, che inizia sul palco e con gli attori, ma che non si esaurisce nel contesto teatrale, anzi, fuoriesce dalla scena ed è fermamente intenzionata a radicarsi in noi. E i personaggi stessi, elevatisi dalle tombe di indifferenza e terra contaminata, ci affidano le loro storie e cantano il loro dolore un’ultima volta, prima di tornare nel silenzio che li ha uccisi. Il compito dello spettatore è quello di riempire questo silenzio di indignazione e verità. E’ un dovere verso le vittime e verso il teatro stesso.

Giuseppe Pipino

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