Recensione: “L’amore ist nicht une chose for everybody”

l'amore ist nicht

È l’eterno interrogativo relativo al macrocosmo “amore” a dominare lo spettacolo di Simon Waldvogel, L’amore ist nicht une chose for everybody, scritto insieme a Thomas Couppey, e diretto con l’aiuto di Federica Carra e la supervisione artistica di Carmelo Rifici.

Anche il Collettivo Treppenwitz, nato a maggio 2018 dalla convergenza di tre giovani compagnie indipendenti – Atré Teatro, Azimut, Collettivo Ingwer- e assolutamente da conoscere, si è così intrufolato nei secolari quesiti amorosi: che forma ha oggi l’amore e che posto gli viene assegnato da questa generazione di giovani?

Se, infatti, per le donne e gli uomini nati ieri erano principi, consuetudini e orologi biologici a scandire le tappe degli incontri amorosi, per i trenta-quarantenni di oggi, di fronte al frenetico andare delle lancette e di una società che continua a imporre rigidi incasellamenti, appare molto più complesso dialogare con una quasi conquistata libertà d’amore: qual è la sua forma oggi? Con questa domanda in tasca e una telecamera in mano, Simon Waldvogel e il Collettivo Treppenwitz hanno girato la Svizzera, piccola terra frammentata in più lingue e tradizioni, per intervistare la gente comune e condividere un interrogativo.

Sono proprio queste video-interviste, ricomposte con armonia e delicatezza, a presentarsi come vere protagoniste dello spettacolo. Al centro della scena, un supporto video mostra uno a uno i volti degli intervistati, storie, racconti, risposte che sfociano in ulteriori interrogativi occupano interamente la scena, e sono in continuo dialogo con gli attori. Scorrono così varie lingue fatte proprie dagli attori stessi, italiano francese tedesco e inglese, segno che parlare d’amore va oltre la differenziazione linguistica pur ricadendo negli stessi enigmi. Sono, inoltre, molti gli arrangiamenti artistici che sfilano sul palcoscenico accanto alla video-arte: recitazione, teatro-danza, performance sono i canali di comunicazione che si sforzano non tanto di modellare le domande che gravitano sull’argomento, quanto piuttosto la totale incapacità di dare un’unica risposta o soluzione. Scelte drammaturgiche intelligenti e interessanti: è l’impossibilità di rispondere a dover cedere la parola alle forme che tentano di ricomporre il quesito originale, e a dar vita ad altre, numerose e caleidoscopiche domande ed espressioni.

Giovani e talentuosi, Thomas Couppey, Aurelio Di Virgilio, Camilla Parini, Anahì Traversi, Carla Valente, Simon Waldvogel fanno loro le parole degli intervistati, danzano al ritmo di musica pop e house, cantano le più famose canzoni d’amore, in un vortice di grida, abbracci, silenzi e incontri che invadono il palcoscenico, permettendo anche all’esperienza fisica di esprimersi sull’argomento. Cornice scenica è la sala di un aeroporto: davanti al video-proiettore qualche sedia, un cartello segnaletico che porta verso “you have nothing”, e il tipico banco dell’hostess. Luogo prototipico di attese e partenze, di incontri e innamoramenti fugaci, l’aeroporto è anche il simbolo di un viaggio verso le fragilità di ognuno, attraverso i tentativi di comprensione di quale miglior forma d’amore si vuol vestire.

A partire dalla profonda contraddizione relazioni di ieri-relazioni di oggi, L’amore ist nicht une chose for everybody sembra mostrare un unico punto di sintesi: l’amore oggi è prima di tutto un grande, grandissimo, casino. Disillusi dalle morali che dominavano la generazione di ieri, non sempre speranzosi nel futuro, i giovani trentenni fanno i conti con il peso di una libertà d’amore che non sanno come incasellare e allo stesso tempo con una società che non smette di esigere comportamenti conformistici, spinti dalla volontà, piuttosto tormentata, di trovare una propria dimensione, forse ormai consapevoli di quanto l’amore sia una costante, tutt’altro che semplice, scelta quotidiana, una sfida pazza che include il bene di un altro, oltre che di se stessi.

Chiara Musati

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