Recensione: “L’acrobata”

l'acrobata
foto Luca Del Pia

Si ha l’impressione, di fronte a questo testo di Laura Forti, di poter ascoltare la musica del violinista sul tetto di Chagall, con il suo capo un po’ reclinato, e la malinconia raccontata con pochi colpi di pennello, in precario equilibrio sul tetto della storia dell’Europa e degli altri continenti. Il titolo della piece, L’acrobata, riesce ad essere la sintesi perfetta, il motto araldico di una famiglia di ebrei in grado di descrivere una geografia in movimento che parte dall’avo in Russia, per toccare l’Italia, il Cile e la Svezia, l’acrobazia sembra diventare una categoria esistenziale, un modo d’esserci che ha il merito di scoprire una geometria non euclidea, in cui da un punto esterno ad un’anima passano infinite memorie parallele.

L’intuizione di uno spazio scenico vestito di un bianco morandiano, delimitato, di volta in volta, da tagli di luce, ben esprime una casa neutra, aristotelicamente in potenza che attende di essere attualizzata, al pari di una pellicola impressionata, dai ricordi dei protagonisti. De Capitani costruisce una regia tutta capitalizzata sulla patria interiore di Pepo, l’uomo abitato dall’idealità libertaria che si contrappone alla dittatura di Pinochet, e di sua madre, una donna che raccoglie in sé le troiane euripidee, e mostra la dignità del suo dolore di fronte all’eroe portato sullo scudo, che contiene come in una sovrimpressione fotografica la purezza di Astianatte e la forza etica di Ettore.

Non solo sui vettori orizzontali, ma anche su quelli verticali è giocata la messinscena, e dall’alto si cala il figlio di Pepo, un deus ex machina atipico, che sceglie di combattere idealmente sotto la bandiera di Talia, della musa della commedia, e di indossare il naso da clown, di infarinarsi la faccia, per sciogliere in un catartico sorriso la gravità del viso di Melpomene, e della tragedia che alita il suo vento su una famiglia in cerca di requie spirituale. Passano immagini, filmati che riempono la pupilla scenografica di immagini del passato del Cile, perché l’occhio di Alex, che si riflette fatalmente in quello dello spettatore, rimanga ben aperto, perché risuoni il monito di Levi nelle stanze della coscienza, affinché lo spettatore consideri che tutto questo è successo.

Il patriarca Juliusz, esule dalla Russia, è anch’egli un’immagine, interpretato dal regista stesso, ha una funzione aedica nella storia, ne diventa simbolicamente il corifeo, ma anche Priamo che reclama le spoglie mortali dell’eroe caduto in un’anonima morgue cilena. Lo spettacolo ha il merito di screziare la tragedia con carezze ed abbracci fonetici, di saltare, con la perizia ginnica dell’acrobata, da uno stato emotivo all’altro, di fotografare con istantanee sceniche l’anima dei personaggi per quello che è, nella sua verità e nelle sue contraddizioni. Con buona pace di Brecht, il popolo potrà essere felice di aver bisogno di questo tipo di eroi che non hanno bisogno di calzare coturni, o di vestire la laringe di toni tonitruanti, ma che sono reali quanto gli occhi della platea che li osserva.

Cristina Crippa si mette completamente al servizio del personaggio, mette il suo ventre, o meglio la sua recitazione ventrale sull’ara del sacrificio scenico, dichiara apertamente e con convinzione il suo “ecce ancilla domini” al pubblico. La sua vocalità ricorda quella dei legni orchestrali, la voce di un oboe, ha un suono insieme lieve e penetrante, la cui ancia risuona di una preziosa nasalità che arricchisce i suoi registri interpretativi. E’ una madre coraggio che trova il suo coraggio, la sua forza interiore, lungo il cammino, fatto da una lunga serie di travagli del negativo, di antitesi da superare attraverso l’intuizione di una sintesi hegeliana fatta di amore materno. Alessandro Bruni Ocãna nel doppio ruolo di Pepo e di suo figlio, riesce ad esprimere l’essenza stessa della discendenza, del seme di un’acrobazia esistenziale in grado di raggiungere con sicurezza l’altro lato del trapezio.

Attraversa, plasmando la creta delle sue intenzioni, lo sviluppo ontogenetico dell’essere umano, dal puer, archetipo junghiano, categoria spirituale dell’essere, fino a quella del guerriero, in grado di indossare l’armatura di Ettore conservando uno sguardo umano ed emotivo rivolto alla sua Ecuba ed al suo Astianatte. Non perde un appuntamento emotivo con il pubblico questa piece, e non dimentica di irrugiadire ogni battuta di un’emotività struggente, di donare un cuore palpitante ad ogni fonema, il quale ha la responsabilità di portare con sé il messaggio di un idea che ha trovato della carne per toccare il mondo, e farsi verità. Stavolta si chiede alla Musa omerica di cantare una storia vera, che sta lì a due passi dalla platea, non è mito, ma quotidianità stravolta dalla violenza e dalla dittatura, tuttavia per quanta un’anima possa essere sdrucita, calpestata, ha la capacità di ricomporsi, possiede la dote della resilienza, si mostra come una luccicanza che accende gli sguardi degli interpreti, e le loro parole sono immensi paesaggi della coscienza, la cui geografia si oppone ostinatamente ai sismi della violenza storica. E viene voglia di portarsi via, come se fosse una persistenza retinica, l’immagine di Pepo a cavalcioni di un barile di benzina, pronto a suonare i suoi tamburi di guerra, la voce diaframmatica di un bisogno di libertà incessante, che si traduce in platea nella leggera spuma di un tremito.

Danilo Caravà

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