Recensione: “L’abisso”

l'abisso
foto futura tittaferrante

L’abisso, di e con Davide Enìa, è il flusso di coscienza che dall’individuo e dalla sua esperienza, apparentemente personale, trascende la realtà dei giorni e dei ricordi di un uomo per divenire racconto generazionale, di un’epoca che troppo spesso rimane a guardare; è una riflessione enorme sull’umano, sulle sue possibilità, sui suoi limiti e doveri, sulla Storia che è oggi, che accade mentre io scrivo, mentre tu leggi. Siamo questo: esseri nella storia, ma per capirlo dobbiamo uscirne e rientrare con la volontà di uno sguardo più profondo ed è tale procedimento, coraggioso, che fa di Enìa testimone prezioso, narratore straordinario. Al Piccolo Teatro Grassi fino al 24 novembre.

Il drammaturgo, attore e romanziere palermitano torna al Teatro a partire da Appunti per un naufragio, libro vincitore del Premio Mondello 2018, da cui trae L’abisso, appunto, e lo fa ancora una volta attraverso le forme del teatro di narrazione, che unisce l’immersività del romanzo e la relazione diretta col pubblico in platea, la pluralità di voci del racconto e la presenza empirica del narratore/personaggio sul palcoscenico.
Lo spettacolo raccoglie e racchiude l’esperienza diretta di Enìa come osservatore e ricercatore di storie a Lampedusa, dove ha la possibilità di assistere agli sbarchi dei profughi, ascoltare le peripezie a cui li sottopone il mare, i pericoli a cui si espongono i soccorritori così come i comuni abitanti dell’isola, le voci rotte, gli sguardi spezzati di chi vive, in quel pezzo di terra mediterranea, la fine della vita o l’inizio della stessa.

Com’è già accaduto, Enìa procede nel racconto attraverso continui cambi di rotta, focalizzazioni interne o esterne, riportando dialoghi, silenzi, storie che non sono la sua ma che la sua, in pindarici modi, l’hanno stravolta e ri-determinata. Parla di gente che affronta il mare con indomita speranza e parla di sé che non riesce a navigarsi dentro, dei sommozzatori, dei volontari, dei residenti ma anche di suo padre, della sua fidanzata, di suo zio malato di cancro. E quando, narrando, raggiunge un certo tipo di orrore, quando il dolore di quel che ha visto e vissuto diventa inesprimibile, allora canta, intona melodie ancestrali che ricordano le voci dei pescatori, le urla dei morti, quelle dei vivi, con l’accompagnamento di Giulio Barocchieri.

L’abisso è “il cunto de li cunti” di un uomo ch’è in sé mille altri e ancora: un figlio che scopre una voce inaspettata e saggia, ma anche infantile, nel silenzio del padre; un nipote-alunno di uno zio-insegnante, a sua insaputa, del valore irraggiungibile della vita se non quando essa scivola via; un testimone di immagini epocali nella loro tragicità, ormai quotidiana, senza scalpore, di cui rimane solo un sordo dolore; ma soprattutto, un’incredibile ascoltatore, che a partire dall’indagine dell’Altro, ritrova sé stesso.

Tutto quello che precede lo spettacolo in questione, è Teatro. Ciò che di autenticamente teatrale doveva accadere, è già avvenuto nel periodo precedente alla messinscena e anche al libro stesso. Quel che si fa, ogni sera, di fronte ad nuovo e commosso pubblico, è rievocare ciò che si è trovato, sperimentato, con lo scopo di infondere nello spettatore lo stesso spirito di ricerca, di scoperta, affinché ognuno diventi migrante di sé stesso, per approdar-si, per accogliersi e darsi nuove possibilità.

Giuseppe Pipino

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