Recensione: “La tragedia del vendicatore”

la tragedia del vendicatore
Foto © Masiar Pasquali

C’è una maniera di raccontare storie che fa silenziosamente presente a chi le ascolta che il teatro non solo è vivo, ma è anche duro a morire. Indistruttibile per dirla con le parole di Declan Donnellan, che firma la regia della sua prima produzione con il Piccolo Teatro su La tragedia del vendicatore di Thomas Middleton. Perché “il teatro si manifesta ogni volta che una persona racconta una storia ad un’altra, poi a un’altra ancora e così via”.

Esiste, quindi, ancora una maniera per rendere concretamente visibile e godibile al pubblico ciò che il teatro è: un gioco meravigliosamente serio, capace di costruire legami tra ciò che sta al di qua (il testo, la scena) e ciò che sta al di là (le persone, il pubblico).

Declan Donnellan arriva alla sua prima produzione con il Piccolo Teatro di Milano, scegliendo di tenere fede ad un lavoro di anni, frutto di un suo vivo interesse verso tutto il novero di drammaturghi inglesi del periodo shakespeariano. Continuando a tenere fede ad una necessità tutta sua di raccontare le pulsioni (anche) negative che abitano l’essere umano. Con la tragedia del vendicatore si focalizza proprio su questo: il bisogno di vendetta e punizione. Sull’umana incapacità di lasciarsi alle spalle il dolore e il ricordo di chi lo infligge. Fino a che, anche per via di un contesto di corte dilaniato da inimicizie e corruzione, a pagarne le conseguenze in prima persona è proprio lo stesso uomo verso il quale l’autore cerca di muovere compassione.

Resta fedele a se stesso Donnellan, ma continua a creare una magia che non stanca mai. Una magia che è l’essenza pura del gioco scenico, che prende in giro lo spettatore con oggetti di scena di grottesco richiamo amletico, ma al tempo stesso resta viva in una direzione dell’attore che non lascia scampo ai momenti di vera tensione.

La tragedia del vendicatore
Foto © Masiar Pasquali

È un teatro, quello di Donnellan, che crea ponti tra spettatore e storia. Il vendicatore di Middleton è di certo un buon copione, e un buon copione è indispensabile, è vero, per mantenerne solidi gli archi portanti. O, perlomeno, è già un buon passo avanti verso la realizzazione di una messa in scena. Un autore vissuto quasi sempre all’ombra del bardo, seppure per diverso tempo strenuo collaboratore della sua compagnia. Sciagurato tanto al suo tempo quanto nei secoli successivi, l’opera e la fama di Middleton furono oscurate anche dai grossi problemi di censura. Un’opera che si fonda su elementi grotteschi, con bersagli evidenti come il potere del denaro e della corruzione delle istituzioni, con particolare attenzione a quelle ecclesiastiche. Si può già immaginare con quanta potenza, quindi, il suo contenuto satirico possa riecheggiare ai nostri giorni.

Quello che si ama del lavoro di Donnellan è la sublime arte di restituire il teatro inglese del seicento al pubblico contemporaneo, privandolo di tutti gli scevri intellettualismi che ha subito a partire dall’ottocento, attraverso un costante dialogo con il pubblico che si sviluppa in una dimensione ludica cristallina. Donnellan è la guida capace di solleticare i piedi dello spettatore un attimo prima di farlo saltare sulla poltrona per lo spavento. Ciascun elemento, dal gioco degli attori alle scelte tecniche, gira in perfetto equilibrio nel mostrare i lati tragici del lutto e della nostalgia e lo spirito satirico che anima i buffoni. I party di corte fanno il paio con il valzer dei fratelli contro i fratelli, delle madri disposte per trenta denari a prostituire le figlie su consiglio del prete, dei figli contro i padri. In una giostra di vendette che inevitabilmente lascia tutti sconfitti. Eppure si ride.

Le morti violente e le situazioni da thriller, che già il regista irlandese ha già dimostrato di amare negli allestimenti del Cimbalino e di Macbeth, vanno in altalena con la comica rappresentazione dell’estrema corruttibilità della figura umana. Il feroce sentimento di vendetta che alberga in Vindice, per la prematura e violenta morte dalla promessa sposa Gloriana, in prima istanza è il principale motivo di empatia nei suoi confronti. La lucida furia con cui porta avanti il suo piano trasforma l’empatia in repulsione. Gioca con le perversioni dei personaggi, le trasforma in carne viva fino quasi a giungere allo splatter, evidenziandone i dettagli anche con l’uso delle video camere in presa diretta.

Donnellan e Middleton ci avvertono che tutti, prima o poi nella vita, desideriamo punire qualcun altro. Ma volendo punire gli altri finiamo per danneggiare noi stessi, perché è impossibile castigare un altro essere umano senza in qualche modo distruggere se stessi. Ci dicono che il segreto dell’essere umano è che tutto è sempre e solo apparenza.

Chi non si sentirà chiamato in causa scagli la prima pietra.

Dario Del Vecchio

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