Recensione: “La tempesta di Shakespeare”

la tempesta di Shakespeare
foto Luca Piva

In un inedito one-men show Prospero è il mattatore e spettatore della sua stessa performance, ambientata nella solitudine dell’isola selvaggia e incantata, abitata da creature soprannaturali, in cui è approdato dopo il naufragio. Attraverso continue modulazioni della voce e cambi di tono, registro e accento, Ferdinando Bruni dà corpo e caratterizzazione alla miriade di personaggi dell’ultimo capolavoro shakespeariano, accompagnato da una colonna sonora – firmata da Mauro Ermanno Giovanardi, Fabio Barovero e Gionata Bettini – che contribuisce a restituire allo spettacolo quell’aura magica ed onirica che circonda il testo del bardo immortale. Servendosi di maschere, fantocci e burattini, fabbricati con materiali di scarto, il naufrago racconta, quasi per il proprio piacere piuttosto che per il pubblico, una storia di vendetta e redenzione, di odio e di amore: realtà ed illusione si fondono in uno spettacolo sul teatro e sulla vita, inscenato da creature evanescenti ed inquietanti, emanazioni del medesimo crisma autoriale.

Bruni torna in scena, dal 6 al 24 febbraio, sul palco del Teatro Elfo Puccini con La Tempesta di Shakespeare, riadattamento della celebre opera, nato nel 2004 dal sodalizio con il regista Francesco Frongia.

Il palcoscenico si trasforma, così, come per magia, in una spiaggia dalla sabbia dorata, costellata di conchiglie colorate e luminescenti; sullo sfondo si staglia il relitto della nave naufragata dopo la violenta tempesta che ha sospinto Prospero, duca di Milano, e la figlia Miranda sulla misteriosa isola mediterranea, in seguito al tradimento e l’esilio architettato dal crudele fratello Antonio e dal complice Alonso, re di Napoli. Ma il Fato ha in serbo la possibilità di riscatto per l’anziano protagonista, dotato di occulti poteri magici acquisiti tramite un portentoso e consunto libro: i suoi avversari, di ritorno da un viaggio diplomatico a Cartagine, approdano sui litorali dell’isola di cui egli è il re incontrastato, esponendosi al suo totale controllo. Assetato di giustizia, Prospero compirà un percorso che, dopo svariate peripezie, porterà non solo a ristabilire nel mondo l’ordo naturalis, ma anche a scoprire ed accettare i lati oscuri della propria anima e della propria creazione.

Istrionico e dinamico, l’attore evoca la corte di spettri che popolano il dramma, restituendo loro una corporeità ed una voce caratteristici, ognuno accompagnato da una musica qualificante: dolce e aggraziata quella di Ariel, tenebrosa e grave quella di Calibano. Allo stesso modo, anche i surrogati dei corpi sintetizzano l’animo del personaggio, dal lieve fazzoletto sormontato da una testolina illuminata per lo spiritello buono, alla maschera Mamuthones per il deforme figlio della strega Sycorax; dall’assemblamento di pezzi di bambole per i due giovani e candidi amanti, ai teschi grotteschi e spaventosi per i nemici del duca di Milano; fino ad arrivare ai due burattini dal marcato accento salentino, la coppia di ubriaconi, Trìnculo e Stefano. Il pubblico assiste, dunque, alle avventure straordinarie di questa conturbante combriccola e allo svolgersi di eventi miracolosi, ma non è che un’illusione, un artificio creato ad hoc dal solo ed unico uomo presente sul palcoscenico, il demiurgo dei personaggi e del mondo narrato. La magia è, infatti, parte integrante di questa commedia ed è incarnata esemplarmente nei due spiriti, Ariel e Calibano, due opposti volti della natura soprannaturale, quella positiva e benevola da una parte, quella negativa e oscura dall’altra. Prospero, defraudato del suo regno, diventa il re dell’illusione, dotato di poteri che lo elevano dallo stato di uomo comune. Ma, appunto, nulla è come appare, e anche la magia non è altro che l’incanto della creazione artistica, che ammalia il pubblico, trasportandolo in una dimensione onirica ed eterea, caratterizzata da un’atmosfera suggestiva, ricreata da giochi di luce ed effetti sonori.

Bruni, nei panni di Prospero, mette in scena lo spettacolo della vita: tragedia e commedia, vendetta e perdono, bontà e crudeltà, sotto il controllo assoluto del burattinaio che muove i fili delle esistenze e che procede verso l’armonia, incarnata pienamente in Ariel, senza tuttavia rinnegare quello che è parte integrante di sé e della natura umana, la mostruosità rappresentata dal servo Calibano.

Lo spettatore assiste insieme al creatore allo svolgersi degli eventi, credendo fermamente a ciò che vede, fino al momento in cui il mago, spezzata la bacchetta e sepolto il libro, decide di ritornare alla civiltà come uomo, vulnerabile e impotente di fronte al Caso e alla vita. Come alla fine di un sogno, si riaccendono le luci e il risveglio porta con sé la convinzione che, sebbene illusorie, le emozioni e le esperienze vissute nel breve arco di tempo dello spettacolo portino con sé il principio della realtà.

Angelica Orsi

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