Recensione: “La strana coppia”

la strana coppia

Paint it pink

E’ sempre lì, nel pirandelliano sentimento del contrario il segreto della commedia, la causa prima ed ultima della risata, e questo spettacolo, che ha ben presente questa lezione, ha la capacità di elevare a potenza l’effetto comico, facendo un salto di genere, e declinando conseguentemente al femminile la strana coppia. Queste donne aristofanesche, che dopo avere colonizzato il parlamento prendono cittadinanza nel testo di Neil Simon, ovvero un paradossale peana, un antico canto di vittoria della sintomatologia dell’uomo contemporaneo, traslano e traducono il tutto nel cromosoma x, lasciano la Second avenue per i Navigli senza farla rimpiangere allo spettatore. Il merito maggiore di questo lavoro teatrale è quello di rompere quel riflesso pavloviano che evoca immediatamente, dal titolo della commedia di Neil Simon, le facce di Matthau e Lemmon, e di inventare, in un gioco degli specchi metalinguistici una coppia davvero strana, che si muove sui tacchi, e disegna con i compassi delle gambe femminili delle geometrie esatte, dei cerchi giotteschi in cui potersi far girare la testa, ed abbandonarsi alla vertigine della risata.

Il regista Arturo Di Tullio, tenuto a balia dalla Musa della commedia Talia, riesce a trovare l’irresistibile coppia comica, costruita da opposti, da clown bianco ed augusto, da allegro e pensieroso, da Dioniso ed Apollo, nel corpo e nell’anima di Monica Faggiani e di Valentina Ferrari. Memore della lezione eraclitea, che lascia ad entrambi gli opposti la capacità di alimentarsi e di darsi vicendevolmente nome e significato, grassetta intelligentemente le distanze siderali che dividono i due personaggi. La Faggiani funamboleggia sull’orlo di una crisi di nervi meglio di Philippe Petit tra le Torri Gemelle e idealmente scrive, con la sua recitazione, in grado di impennarsi in vocine di testa ipocondriache, ed in gravi bramiti ototerapeutici, un libro freudiano che potrebbe essere intitolato con il nome del suo personaggio. Di contro la Ferrari offre un controcanto fatto da una vocalità da contralto, pastosa, fortemente tannica, materica, grattata. Gioca e trasforma il suo viso in espressioni e smorfie che non mancano un appuntamento, come un cinematografico piano-reazione, al pari di un guanto da baseball in grado di non mancare una palla delle battute offerte dall’altra attrice. Un’affinità elettiva di goethiana memoria dà un innegabile valore aggiunto a tutti i duetti, si ha, infatti, la netta sensazione che, alternativamente, le interpreti colgano gli assist offerti dall’altra per tirare in porta ed insaccare un gol fatto da comicità. In platea le risate testimoniano che la reazione chimico-teatrale è felicemente riuscita, ed il meccanismo dell’umorismo funziona a dovere, con l’esattezza dell’orologio svizzero.

Il metronomo della piece segna un costante prestissimo, il ritmo sostenuto, più che vivace, diventa la garanzia della formula algebrica della spassosità. Non c’è un attimo di esitazione, nella punteggiatura dello spettacolo non ci sono punti di sospensione, tutto fila dritto e rapido come un Freccia Veloce, e l’ora e tre quarti di spettacolo sfida la relatività einsteiniana volando al doppio, al triplo della velocità. L’edificio comico, insomma, è ben costruito e non teme le scosse telluriche della noia. Anche gli altri personaggi che compongono il lavoro teatrale sono ben orchestrati, Marisa Miritello ed Elisabetta Torlasco sono le amiche in grado di arricchire il campionario di maschere della comicità, ed i due uomini, Carmine Lemmo e Federico Pirotta hanno il merito di entrare in punta di piedi in questo originalissimo gineceo, e si mettono a disposizione per diventare cassa di risonanza di questa sonata esilarante. E’ una felice scoperta quella di uno spettacolo nel quale le interpreti si mettono a disposizione l’una dell’altra, dove, per citare Parenti, hanno la capacità di farsi recitare dall’altra. Senz’altro, in controluce si può vedere il piacere ed il divertimento delle attrici che trovano, nello stare in scena, la definizione anglosassone della recitazione, il verbo “to play”, il quale, non a caso, indica anche il giocare. Sono così queste donne della commedia, dolcemente complicate, sembra che la voce della Mannoia sia lì, appena dietro le loro battute, a testimoniare senza sconti e con sano senso umoristico, la loro femminilità. E proprio quest’ultima, appare con la forza di un’evidenza cartesiana, di una luna piena che ci aspetta un po’ più su del nostro abituale sguardo, con un profumo di donna che prevale felicemente sugli odori dei capponi cucinati o sulle improbabili fragranze d’ambiente.

E’ il deuxième sexe che viene offerto da questa strana coppia, con tutte le sue contraddizioni, le sue paure da scricciolo, i suoi piccoli eroismi fatti di gesti di vita quotidiana, in grado di raccontarsi attraverso il filtro del comico, che rende un po’ più rosa questa vie en rose che lo spettatore scopre essere proprio là a due passi dal Naviglio, in una Milano le cui storie crocchiano sotto i denti non meno di quelle della Grande Mela.

Danilo Caravà

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