Recensione: “La sirenetta”

la sirenetta

Ci sono pesi davvero troppo grossi. Sensazioni di soffocamento da cui si cerca affannosamente di liberarsi, come quelle date da una maglietta tirata sopra al viso nel tentativo di strozzare un grido di desiderio per una rinascita, o una nuova partenza.

Ci sono immagini in controluce di corpi poetici che raccontano la storia di un adolescente che assiste alla sua vita da dietro uno schermo, messo nelle condizioni di non poterla avvicinare.

Quella vita che gli ha disegnato addosso il ruolo di spettatore non desiderato.

C’è la voce di quel ragazzino, e di tanti altri, che risuona all’interno dello spazio della performance e dello spettatore, avvolgendo il palcoscenico in un ricordo di disperata denuncia.

La voce che dice: “Questa è la fine. O forse l’inizio.”

Inizio perché questa Sirenetta di Eco di fondo in qualche modo fa pensare che per quel grido soffocato nella maglietta ci sia il barlume della speranza di giungere a destinazione.

La sirenetta grida la sua normalità finché riesce, ma quello schermo non le consente di essere ascoltata, la lascia sola nella condizione di chiedersi perché viene osservata in quel modo. La lascia da sola a sperare che una finestra si apra su quel mondo prima che il rigetto la porti a privarsi definitivamente della sua voce. Della maldestraggine di un infantile tentativo.

Una storia raccontata dal passato. Una favola basata su fatti realmente accaduti, le lettere di quei ragazzi che hanno deciso di togliersi la vita perché non si sentivano accettati per la propria sessualità, spiega la compagnia. Un ragazzino che trasporta nei suoi giocattoli la percezione che sente di sé all’esterno. Barbie e Ken sono vivi e spezzano il ritmo della narrazione con momenti di brillante bravura, dando voce alla crudeltà del mondo circostante. Per non dire della famiglia che non vede, che si rifiuta di vedere o che rigetta in modo inesorabile il canto disperato della sua sirena.

C’è un’amore che nasce e che viene soffocato. Un caduta libera. Una voce che si spezza. E allora non resta che un foglio bianco su cui scrivere. Per scrivere non ce la faccio più, non reggo.

Nonostante quell’immagine iniziale così dura nascondesse una flebile voglia di dire, semplicemente, io sono così, vi ho solo detto che ho la coda. Che male c’è a voler vivere in acqua? Che cos’è la normalità?

C’è una resa definitiva che arriva proprio nel momento di maggiore consapevolezza di sé. C’è un telo che cade, quella finestra che finalmente si apre al coraggio della dichiarazione. Si apre a quel grido non più soffocato. Della spietatezza con cui quel suono torna indietro, sprezzante di diniego. C’è un pianto finale che è commovente.

Da spettatori non si può che arrendersi. Lasciarsi portare e fidarsi della delicatezza dei corpi di Giacomo Ferraù, Giulia Viana, Libero Stelluti e Riccardo Buffonini. Arrendersi e prendersi una lezione mai violenta, che anzi diventa un delicato invito all’osservazione attenta.

Non c’è niente che non vada in questo lavoro che dimostra maturità da vendere, che prosegue una ricerca sui significati concreti dei miti e delle fiabe. Eco di Fondo realizza riletture sempre attente e di importante sensibilità. Dà seguito al lavoro sul mito, e sulle fiabe di Perrault e Baum, con l’ennesima efficace trasposizione stavolta tratta da Hans Christian Andersen.

Un immaginario che poggia sulla crudeltà intrinseca al mondo della narrativa per ragazzi e la traduce in danza, in teatro di figura, in un gioco che ricorda il caleidoscopio o la scatola magica. Da pubblico si assiste inermi alla storia del ragazzo, che a sua volta inerme assiste al passaggio del film della sua vita. Esattamente come lui non riesce a toccare la sua vita al pubblico non viene concesso di toccare la storia, perché tutto è già in realtà compiuto.

Questa pare essere la cosa che più lascia svuotati al termine dello spettacolo. Si rimane a chiedersi se non si potrebbe, davvero, portare più attenzione prima. Molto prima.

Prevenire prima di piangere.

Dario Del Vecchio

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