Recensione: “La signorina Else”

la signorina else

Cet obscur objet du désir

Else accoglie gli spettatori simulando una partita a tennis, riuscita stilizzazione di un dialogo serrato con la platea, dove la palla è l’urgenza del dire, del raccontarsi che continuamente è ributtata verso gli spettatori. Mentre le luci disegnano corridoi in grado di rievocare il campo da gioco, e di creare possibili camminamenti lineari di movimento e ragionamento, destinati a traguardare ed esprimere tutta la loro solubilità sullo specchio fané del fondo scena.

La protagonista, espressa efficacemente da Federica Sandrini, nella visione registica di Alberto Oliva, è simile al fiore aforistico di Cioran, in grado di provare ancora sgomento di fronte alla presenza umana, a quella teoria di esseri, presenze di un Underlook hotel psichico, che ben rappresentano un campione statistico di psicopatologie della vita quotidiana. Tuttavia la ragazza possiede un esprit de finesse che la differenzia fatalmente dal mondo sociale che la circonda, trova, infatti, una corrispondenza nel paesaggio, in cui scoprire l’incommensurabile, e vivere nei propri occhi, e nella propria anima, il sublime evocato da Kant nella critica del giudizio.

E’ un diluvio di parole, il monologo di questa creatura letteraria di Schinitzler, che qui appare quasi come una Winnie beckettiana, giovane ed ancora dinamica, un torrente in piena dove, di quando in quando, si affacciano intenzioni devianti, lampi di verità poetica, e la psicanalitica mortido, una pulsione di morte con la quale aprire un gioco pericoloso e fatale. La scenografia è costituita da una serie di altalene, un coro animato da voci e suoni mesmerizzanti, in grado di esprimere al meglio la natura sospesa di un personaggio che abita uno spazio impossibile tra la terra ed il cielo, ma anche la pendolarità di un dilemma che strugge e distrugge la fanciulla. Efficace e potente l’immagine visionaria della ragazza che urta le “travi oscillanti” come se toccasse involontariamente i personaggi, o meglio le loro lingue insolenti, pettegole e sottilmente lubriche, ma anche un corridoio di braccia da evitare, e da cui essere disgustata come la Deneuve del film Repulsion di Polanski.

Il laido signor Von Dorsday, evocato dalle parole della giovane, che propone un commercio improprio per donare la cifra in grado di salvare il padre di Else, ovvero la visione della ragazza nuda, un Weinstein ante – litteram, come intuito da Oliva, non può che polarizzarsi dalla parte del pubblico, una voce, e soprattutto, uno sguardo con voyeuristic intention che non abbandona per un attimo la fanciulla, e sembra domandarsi come e quando si spoglierà, ma il gesto avverrà dando le spalle alla platea, l’atto fatale, come nella tradizione del teatro tragico, deve avvenire fuori scena, o comunque non deve essere visto, ma evocato, per trovare tutta la potenza poetica del simbolo.

L’attrice riesce a destreggiarsi bene in questa poliedrica prosodia, passando con agilità dai toni più leggeri da fille de blague, transitando per quelli gravi ,con cui riscrive il suo personalissimo sogno di un uomo ridicolo di dostoevskjiana memoria, fino a giungere al doloroso stridio del canto del cigno, bagnato dalle virtù papaveracee del Veronal, in cui le frequenze sonore s’allungano e si schiacciano, impietoso effetto Larsen, al ritmo dell’ultima altalena. Il filo della seta fonetica di Else si dipana, dunque, lungo tutto il monologo, aiutato dalle mani esperte della regia.

Danilo Caravà

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