Recensione: “La scortecata”

la scortecata
foto Franco Lannino

Una secchiata di acqua ghiacciata sulla faccia, è questo l’effetto di questo spettacolo di Emma Dante, riporta all’evidenza del proprio esserci, dell’immediatezza di un corpo, nessuna cogitazione, nessun Cartesio su cui appendere il cappello dei pensieri a voce alta, nessun sofisma, si ritrova il grado zero della carne di due attori, vera e sacra come quella presente nel quadro “Lezione di anatomia” di Rembrandt.

Si prende le mosse da una novella de “Lo cunto de li cunti”, “La vecchia scorticata” per raccontare il grado zero, l’orizzonte degli eventi teatrale, che è tutto lì, racchiuso nei gesti di due attori che recitano parti di donne anziane, di re, o meglio di fools shakespeariani che puntano a rovescio la loro bussola molto più a sud dei santi, e la loro vocalità è un ghiotto babà al rhum, intriso da una foneticità liquida, ricca di sfumature, ad alto tasso alcolico, il cui ascolto, da parte della platea, non può essere altro che il gesto di addentare e gustare, lasciando che coli liberamente quel vernacolo materico, che sa di salsicce, fegatini, e viscere alla brace.

I due attori, Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola riescono a partorire in scena, attraverso l’opera maieutica socratica della regista, i loro corpi che sono anime coaugulate, precipitati di parole che si depositano sulla scena in forma fisica, come acrobati di un pensiero aedico, ginnasti di una psiche che non si arrende all’indolenzimento del tempo, diventano la fiaba per un pubblico adulto. Giocano efficacemente a cambiar sesso ed età perché sul palcoscenico tutto è relativo, l’unico assoluto è la forza di gravità, ma anche quella può essere ingannata con una torsione, un movimento, una levità, che fa da contraltare ai passi piombati della vecchiaia.

Sono Parche volutamente incomplete questi interpreti, hanno cacciato Atropo con l’abracadabra di una novella, ed i guitti che si agitano e si pavoneggiano per un’ora sulla scena tutto sommato stanno stretti nel monologo di Macbeth, e si prendono la loro rivincita, perché il racconto di un pazzo pieno di suono e rumore a teatro significa tutto in teatro, riesce idealmente a trascinare lo spettatore in un ballo frenetico dionisiaco, carne viva intelligente posta sull’ara della scena per essere offerta all’altra carne in platea. Le pantomime degli interpreti, le loro danze di morte che diventano danze di vita, il gioco di un amore impossibile tra un re ed una vecchia, sono quanto di più prossimo all’origine stessa della comico, del komos, quella sensazione da testa leggera, di ebbrezza di un rito libero, pagano, legato alla fertilità, sfacciatamente falloforico. E’ tattile questo teatro, o meglio pone nello sguardo e nell’ascolto un’ipoteca tattile, trasformando la metafisica della vista e dell’udito nell’esperienza di un tocco virtuale, non in punta di fioretto, ma vissuto apertamente in tutte le sue potenzialità, togliendo all’uomo vitruviano la sua fissità, restituendogli una dimensione teatrale, un’azione da pagare con la fatica ed il sudore.

E proprio i corpi roridi di impegno dei due interpreti sono la cartina di tornasole, la testimonianza diretta dell’ecce homo attoriale, dello sforzo d’essere più del normale esserci, perché quell’intensità riesca a squarciare la quarta parete, ottenga di diventare l’umanità dell’umano, di mostrare l’ineffabile quid, ovvero ciò che fa umano l’umano. Le luci si avvicinano, calano dall’alto come un silenzioso deus ex machina per perimetrare il ring della scena, affinché lo scontro tra le due anziane sorelle possa accadere, e non possa sfuggire o trovare vie di fuga. Sono i primi spettatori di questa fiaba raccontata dai corpi, sia fisici che fonetici. Bastano davvero una manciata di oggetti per creare un potente patto narrativo con la platea, sono gli attori la prima scenografia, necessaria, viva e cangiante in grado di farsi lettera, sillaba e parola, grafema in eterno movimento, trascinato dall’incontenibile forza dell’invenzione scenica, della creatività, che qui appare come un magma, una lava in continuo moto, in grado di traboccare ed esondare dalle due interpretazioni. Le parole sono fumanti, ci si scotta quasi ad assaggiarle, ed hanno la potenza del gesto herzoghiano della guida che assaggia la terra per individuare la direzione giusta. Ma più di tutto, il finale diventa un centro di attrazione in grado di condensare in sé il racconto dei racconti, la sorella che chiede di essere scorticata, di poter cambiare la vecchia pelle, si fa scultura e quadro, fonde in un’unica sovrapposizione della coscienza, ed insieme dell’inconscio, Bernini, Canova e Caravaggio, mentre volontariamente l’arma, con cui si consumerà questo doppio femminile del sacrificio di Isacco, crea giochi di luce, porta in platea una gibigiana, un chiarore riflesso, una scintilla di acceso teatro, appena forgiato nell’officina di Efesto, in grado di dare una firma bagnata nell’inchiostro stellare di Urania, perché nello sfregarsi dei corpi, nell’attrito generato in scena, fatalmente nasce come una voglia d’anima, nel tableaux vivant che cerca di sfuggire a se stesso, c’è tutto il sugo di una storia che racconta in sé tante altre storie. Il generoso capitale di applausi, contrappunto dionisiaco alla dionisicità della messa in scena, testimonia la riuscita della piece.

Danilo Caravà

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