Recensione: “La resa dei conti”

la resa dei conti
foto Salvatore Pastore

La sala Bausch del Teatro Elfo Puccini ha ospitato “La resa dei conti” di Michele Santeramo, diretto da Peppino Mazzotta. Lo spettacolo è un’immersione in prima persona nelle menti dei personaggi, perfettamente studiati, che tengono le redini del climax e mescolano le carte della realtà, che si dirama in pulviscolo di direzioni perfettamente incastrate le une nelle altre. I protagonisti, interpretati da Daniele Russo e Andrea Di Casa, si svelano lentamente e ne escono, seppur diversi e inizialmente antagonisti, incredibilmente speculari: ambedue rifiutano il male che sono in grado di fare, puntando il dito contro le regole del mondo come lo conosciamo. E ci fanno chiedere: cosa significa male? Cosa è bene? Come li si riconosce?

Tramite una drammaturgia dei gesti giocata sulla cadenza delle azioni primarie – il sonno, la veglia, la nutrizione – e le piccole e grandi esplosioni della voce, i due attori mettono in scena un testo che veicola diverse sfumature di atmosfere: sacro e profano abitano lo stesso territorio, che ha le sfumature dell’assurdo, ma è incastrato in gesti quotidiani. Si passa da un ironico paradosso, al dramma; da un filo di voce, alla minaccia. La trama lascia tutti sorpresi e, man mano che i due personaggi si muovono e parlano, capiamo che quello che ci era stato suggerito all’inizio, era solo un miraggio. “La resa dei conti” vive infatti indubbiamente di idee che si rivelano essere anche il proprio contrario. Questo efficace gioco dialettico è portato avanti nei monologhi e nelle domande incalzanti che si pongono i due uomini. I due prigionieri della scena ci dimostrano infatti con razionalità che il bene può essere generato dal male; quanto il libero arbitrio sia una condanna ad uno spettro di errori molto più ampio, ma allo stesso tempo l’unica soluzione possibile per liberarsi da tali orrori; ci dicono che l’altruismo è un bisogno dell’ego, che allo stesso tempo altro non è che un riflesso del giudizio degli altri. L’identità è tutto, tranne che una proprietà personale. È l’altro, come su un palcoscenico, che ci deve riconoscere, che definisce “l’io”: l’autore veicola così anche un acuto ragionamento sul teatro, sulla mescolanza tra la finzione e la vita, sulla maschera del ruolo sociale.

Questa realtà rarefatta e cangiante è evocata anche dalla scenografia, che agisce per sottrazione. L’opera di Lino Fiorito richiama elegantemente il sepolcro di Lazzaro, senza essere banale o didascalica; i riflessi dorati della parete giocano con le evocative luci di Cesare Accetta: un semplice gesto della mano e il direzionamento di un faro in una fessura rivelano un’iconografia ricca di significati e possibili interpretazioni.

Lo spettacolo ci abbandona infatti con un alone di mistero, nella frazione di secondo che separa la domanda dalla risposta: chi sono veramente i personaggi? Che cosa accadrà? Cosa è successo davvero? Il finale de “La resa dei conti” corrisponde agli interrogativi che serpeggiano per tutto lo spettacolo, che ci mette davanti all’evidenza dei fatti che la realtà altro non è, se non il riflesso di un’opinione.

Irene Raschellà

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