Recensione: “La prova”

la prova
foto Laila Pozzo

La prova, ha debuttato in prima nazionale il 10 gennaio scorso, come nuova produzione del Teatro Filodrammatici con il sostegno di Next – Laboratorio delle idee. L’ultimo ambizioso progetto drammaturgico di Bruno Fornasari, indaga la complessa questione del dibattito sul #metoo e sulla discriminazione di genere nei luoghi di lavoro.
Partendo dall’osservazione delle azioni di ingegneria sociale dei paesi scandinavi atte ad attutire le differenze tra maschi e femmine e creare una società dal taglio sempre più unisex, e notandone i parziali fallimenti, Fornasari nel concepire il testo si interroga su dove (e se) sbaglino le teorie femministe nell’attribuire all’educazione la colpa di creare donne prede e maschi predatori.

Traduce tutto ciò in una commedia dai colori molto saturi e dalle tinte molto acide, elementi, questi, entrambi scelti anche per l’allestimento scenico. L’elegante ma anonimo salotto di un piano alto milanese, in cui ha sede una piccola agenzia di comunicazione incaricata di realizzare un’importante campagna pubblicitaria contro la discriminazione femminile.
In un intreccio di relazioni che nascondono vecchie trame conosciamo Tina, la creativa incaricata di fare la differenza su un argomento così delicato ma restìa ad accettare l’incarico per via di alcuni spiacevoli trascorsi con Edo (anche suo ex compagno) e Fede, che invece dirigono l’agenzia. Quest’ultimo viene accusato da Tina, il personaggio che sicuramente incarna il desiderio di emancipazione del genere femminile, di aver usato, durante una cena di lavoro, atteggiamenti equivochi nei suoi confronti. Scendendo nel particolare, l’elemento dello scontro sarebbe una carezza sulla spalla. Male intesa? Chissà.

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foto Laila Pozzo

Dal desiderio dei due di avere Tina a bordo del progetto e dalla diffidenza di lei, scaturisce un’azione che si sviluppa nelle quasi due ore successive e che rivela vecchi trascorsi tra i quattro protagonisti tra i quali c’è anche Lucy, l’attuale compagna di Fede. Il lavoro, nel suo complesso, racchiude i tempi comici e l’estetica della commedia americana. Si possono percepire anche alcuni richiami al celebre Dio della carneficina di Yasmina Reza, dove all’eleganza della situazione fa da contro altare una quasi costante bassezza di linguaggio e comportamenti dei personaggi. In effetti in una prima fase si arriva addirittura fin quasi a desiderare un qualche crescendo di violenza alla ricerca della prova della micro aggressione subita da Tina anche se il problema sembra essere, come prima cosa, identificarla come tale.

Al netto dell’argomento principale di ottimo richiamo e al netto della buona performance di un cast dalle spalle larghe, ben capace di creare un gioco che intrattiene in modo brillante, lo spettacolo non convince al cento per cento. Il continuo richiamo al passato attraverso diversi flash back, spiegano sì meglio gli antecedenti tra i quattro ma allungano decisamente la trama spezzandone spesso il ritmo e non approfondendo realmente i sentimenti profondi presenti tra di loro. Non aiuta la proiezione dei nuvoloni sul fondo della scena a raffigurare il finestrone panoramico dell’ufficio, non fosse altro perché viene spesso ripetuto in scena che ci si trova ai piani alti di un palazzo e, in un paio di occasioni, addirittura che ci si trova ai piani alti a “osservare i poveri farsi al guerra tra di loro sul cibo bio”. Si ha l’impressione che si cerchi una rassicurazione nei confronti dello spettatore attraverso un eccesso di dettagli quasi cinematografico, quando si potrebbe osare nel dare maggiore fiducia al pubblico e alla sua immaginazione.

Sembra che lo spettacolo voglia più dare una risposta che sollevare una riflessione.
Sembra dire che la questione non sia l’educazione, né stia nell’origine del rapporto di dominanza ma semplicemente nel fatto che di fronte alla possibilità di esserlo, maschi e femmine sanno essere cattivi alla stessa maniera. Che ciò che muove ed unifica tanto il maschio quanto la femmina è l’opportunità da cogliere.
Difficile dire se è per la cerchia sociale esclusiva a cui appartengono i caratteri o se per il fatto che nel gioco che si crea nessuno di essi viene realmente fatto prigioniero degli altri o dello spettatore. Sta di fatto che si fatica a identificare i quattro come degli archetipi, le cui vicende particolari abbiano una qualche risonanza sulla cose della vita all’infuori di ciò che accade nella scena.

Ma resta comunque, un buon ragionamento sui nostri tempi, quello di Fornasari. Tempi in cui tutto ciò che è confuso e confondibile, è anche vendibile come argomento di verità assoluta e in cui una società sempre interconnessa continua a metterci nella situazione di dover scegliere da che parte stare, di decidere cosa sia giusto e cosa sbagliato. In cui stare, soprattutto attenti ai pregiudizi.

Dario Del Vecchio

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