Recensione: “La pazza della porta accanto”

la pazza
Fotografie per la stampa La Pazza della porta accanto. Ombretta De Martini @2015

“Non sono una donna addomesticabile”

“Illumino spesso gli altri, ma io rimango sempre al buio”

Quanto di vero c’è di questi versi della poetessa dei Navigli, Alda Merini, in “La pazza della porta accanto”, intenso atto unico di Claudio Fava, portato in scena con un’intensità che logora, capace di scrutare a fondo l’animo dolce e inquieto della protagonista, la giovane Alda appunto, il suo rapporto con le altre recluse dell’ospedale psichiatrico, la nostalgia per le figlie, la sua costante ricerca dell’amore puro, quello vero.

Il testo porta anche alla luce una denuncia per le condizioni dei malati psichiatrici di allora, reclusi come bestie e trattati al limite della decenza umana, dove bastava soffrire di depressione per essere considerati “pazzi”.

Sullo sfondo di questo scenario alienante emerge la protagonista indiscussa dell’atto, Anna Foglietta, la cui interpretazione porta a sfiorare realmente la fragilità e la bellezza dell’animo inquieto della Merini, facendone emergere il lato più buio con una semplicità e una dolcezza che fanno commuovere.

“Si va in manicomio per imparare a morire”…sappiamo per certo che Alda non muore, la sua anima si ferisce, ma questo non le impedisce di continuare ad amare la vita, a ricercare l’amore.

Valentina Bonanno

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