Recensione: “La llamada del mar”

la llamada del mar

Per fare un paragone adatto a questa stagione, dopo aver visto La llamada del mar al Teatro Verdi di Milano, la sensazione è quella di aver preso un balsamo in grado di liberare la mente dal tappo di stress che ostruiva il passaggio di aria fresca ai nostri bronchi cerebrali. Ed ecco che le nostre narici neuronali respirano di nuovo, riscoprendo la loro capacità di immaginare. E nello spettacolo diretto da Philippe Genty, regista e autore teatrale francese, non si può non immaginare. I tre attori, Amador Artiga, Marzia Gambardella e Andrès Martinez Costa, sono in piedi sul palcoscenico, dietro ad un tavolo leggermente inclinato a favore di pubblico e ricoperto da una tovaglia di sottile plastica blu. Blu come il mare che chiama a gran voce da una conchiglia, reclamando la partenza di Ulisse, pronto a partire per Itaca, dopo la vincita sulla città di Ilios.

Lo spettacolo è un po’ in spagnolo, un po’ in italiano e un po’ in “itagnolo”, ma, come attori di alto calibro ci insegnano, uno spettacolo può essere comprensibile anche senza capire proprio tutte le battute. Ciò che arriva al pubblico può essere ben altro. La llamada del mar è programmato all’interno della XII edizione di IF Festival internazionale di Teatro di Immagine e Figura, ragion per cui si può affermare con sicurezza che il lavoro ha perseguito egregiamente l’intenzione del “linguaggio visuale”, così come lo definisce lo stesso Genty, “un linguaggio in cui la scena è il luogo dell’inconscio.”

Lo spettatore si ritrova davanti ad un gioco, in cui gli attori non interpretano solo Ulisse, Penelope, Circe e tutti gli altri mitici e mitologici personaggi dell’Odissea, ma allo stesso tempo se stessi e dei bambini: sembra infatti di osservare dei ragazzini che giocano con la mitologia, rielaborata dalla loro fantasia. I compañeros di viaggio di Ulisse sono dei cioccolatini, la nave è costruita con una scopa e una paletta e Ulisse è effettivamente interpretato da un magistrale cavatappi. I tre attori muovono sul palco questi oggetti semplici, comuni, creando tutto ciò che l’Odissea può richiedere a livello scenografico che, come sappiamo dai nostri vari retaggi scolastici, non è poco.

Sul palco ci sono tre persone che sembrano cento. Sono vestite di nero, ma indossano alla perfezione tutti i personaggi. Giocano, ma lo fanno con un ritmo serratissimo e impeccabile, da cui si capisce che è un gioco studiato sin nei minimi particolari, proprio come una messinscena dettagliata. Insomma, sembra facile, ma non lo è per niente.

In conclusione, il teatro di domenica pomeriggio è una scommessa. A teatro di domenica pomeriggio si può entrare un po’ incerti e un po’ stanchi, vittime delle ore piccole del sabato, con la triste consapevolezza che il giorno dopo sarà il primo di cinque giorni in cui i bronchi cerebrali torneranno ad ostruirsi del muco di lavoro e responsabilità. Quando però se ne esce a cuor leggero, allora il lunedì non ci sembra poi così male: è solo il proseguimento della nostra personale odissea.

Marta Zannoner

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