Recensione: “La guerra”

la guerra
foto di Simone Di Luca

Per scriverla alla Talleyrand, la guerra è un affare troppo serio per lasciarla ai militari, ed allora meglio affidarla allo specchio della messa in scena. L’intuizione del regista Franco Però è di trovare fin dall’incipit la dimensione un quadro settecentesco, un tableaux vivant che vive in una voluta carestia di luce, in una penombra che lascia i personaggi oggetto di una prima battaglia, percettiva fenomenologica, fatta di un vedo non vedo, di un amletico essere-o-non-essere, diventano insomma, sulla retina dello spettatore, fragili e labili confini di figure viventi, forme in cui l’esserci batte i pugni fonetici sulle tavole del palcoscenico per far sentire la sua voce esistenziale. Al contrario i rumori fuori scena dell’artiglieria sono colori decisi e forti sulla tela dello spettacolo, un continuo memento per i personaggi, l’unica voce che non ha bisogno del diaframma per arrivare in ultima fila, l’unica che ha da raccontare una verità di per sé evidente, la voce stilizzata di un basso profondo, del commendatore dongiovannesco a cui sono destinati foschi annunci.

Esplorare il continente Goldoni, andando a cartografare un’isola poco o per nulla conosciuta all’interno della sua ampia geografia drammaturgica, è un sicuro merito di questo lavoro teatrale, e dà alla platea la possibilità di scoprire come l’apparente contraddizione di un argomento forte, scomodo, possa incontrare la bonomia di un autore che sferza i costumi, i caratteri facendo traguardare la critica in un sorriso, e come in realtà il commediografo veneziano riesca a dipingere, con l’esattezza dei ritrattisti fiamminghi, figure che gravitano, a vario titolo, intorno al pianeta della guerra.

Sembrano già brechtiani, con due secoli di anticipo, alcuni personaggi, come quello del commissario Polidoro, affarista senza scrupoli per cui prima viene la pancia e poi la morale. Sono straniti e straniati gli ufficiali, le vivandiere, ed i generali che cercano giocando, bevendo, litigando, amoreggiando con le poche donne che seguono il tragico carrozzone degli eserciti, di stordirsi ed applicare il meccanismo freudiano della rimozione, dello “spostamento”, quella particolare dinamica psichica, emotiva, che permette al milite di scherzare amabilmente pochi attimi prima di esporsi al fuoco delle artiglierie nemiche.

E’ maledettamente moderno questo Goldoni, sta lì a meno di un passo dagli spettatori, e si toglie qualche sasso, o meglio qualche pallino di piombo dalla scarpa, per raccontare con vivacità, utilizzando il sistema dell’affresco corale, che la guerra è prima di tutto un affare economico, e tra il metallo vile delle armi e l’oro c’è un patto che è sottoscritto con il sangue dei soldati. E per questo affare oscuro ci vuole una luce delicata, timida, rifratta nelle due tinte tenui che cromaticamente sintetizzano i due aspetti bellici, l’ambra destinata all’emotività profonda e genuina, e la luce ghiaccio che esprime l’anima fredda, clausewitzianamente razionale del conflitto. La scenografia non può che assecondare l’esigenza spartana della situazione, e compone il quadro con casse, barili, sacchi, approvvigionamenti pronti a posare come nature morte insieme ai militari.

foto Simone Di Luca

Gli interpreti riescono ad esprimere una recitazione psicanalitica, in cui le intenzioni, spesso devianti, sono lì nascoste nel pre-verbale, ma pronte a venire la luce, e la mortido, la pulsione di morte, muove quasi meccanicamente, con la forza di un servo meccanismo, questi soldatini di piombo che cercano una ballerina per illudersi di rendere le loro intenzioni più leggere del tulle. Tutti riescono nell’esercizio di produrre fonemi gianobifrontici, bocconi che hanno la dolcezza della spensieratezza goldoniana, ma anche il sapore agro del metallo ossidato, il retrogusto persistente che sta appena sotto la superficie, ed è inumidito dei vapori che l’autore veneziano scaccia da sé facendone inchiostro per la sua penna di commediografo. La violenza, l’orrore della guerra, seguendo l’antica regola della tragedia classica, è oltre la scena, quello che lo spettatore osserva sono le sue conseguenze, a vedere è solo la periferia dell’occhio, e quello che scruta è più che sufficiente per farsi un’idea complessiva, e per ricostruire, da quei tasselli, tutto il mosaico. Con quanta vivacità e forza tutta questa carne da cannone riesce tenacemente a danzare valzer esistenziali, fino a farsi girare la testa prima che possa accadere l’irreparabile.

Certo il lieto fine, è l’inevitabile deduzione che completa la serie di teoremi di una commedia, e questa non fa eccezione, ma ciò che l’ha preceduto è sufficiente per regalare all’opera un’orizzonte in grado di scardinare i confini tra i generi teatrali. E la donna che, rompendo la concezione scenica, si rivolge brechtianamente alla platea per spiegare allo spettatore che la mancanza di nomi e date nel testo rende verosimile la vicenda sia nello spazio che nel tempo, dona un’ipoteca di universalità che fa di quest’opera teatrale un riuscito je accuse, il quale alla ruvida sciabolata dell’assalto di cavalleria, preferisce la punta di fioretto di un bel esprit in grado di nascondere i cannoni tuonanti della critica dietro i fiori delle belle costruzioni sceniche.

Danilo Caravà

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