Recensione: “La bisbetica domata”

bisbetica domata

Dev’essere l’anno della Bisbetica. Per la terza volta in questa stagione, dopo l’allestimento minimal visto al piccolo Spazio DiLà e quello anarchico rappresentato al Libero soltanto pochi mesi fa, ecco arrivare una grande produzione (di LuganoInScena), questa volta al Teatro Carcano di Milano, dove rimarrà fino al 18 febbraio.

Talmente grande che sul palcoscenico trovano posto alcuni tra i migliori attori della nuova generazione. Una tripletta di Premi UBU: Christian La Rosa, che lo ha vinto per il Pinocchio di Latella, Angelo Di Genio, premiato nel 2011 insieme al cast di History Boys e, infine, Tindaro Granata, a cui il riconoscimento è stato dato per la drammaturgia di Geppetto e Geppetto.

Il cast scelto dal regista Andrea Chiodi (insieme ai tre citati, vediamo in scena gli ottimi Igor Horvat, Massimiliano Zampetti e i giovanissimi Ugo Fiore, Walter Rizzato e Rocco Schira) sembrerebbe suggerire una lettura molto moderna dell’opera del bardo, ma non è così (o meglio, non soltanto). Chiodi rende omaggio alla più pura tradizione shakespeariana lavorando su molti aspetti: un cast interamente maschile, come accadeva in epoca elisabettiana, impegnato anche nei ruoli femminili; un recupero pressoché integrale del testo, qui affidato alla brillante traduzione di Angela Demattè; una sintesi fintamente trasandata soprattutto nella scelta di costumi, in linea con la consuetudine secentesca.

Ma all’interno di questa gabbia di stampo classico (che poi è forse la stessa gabbia, fisica e psicologica, in cui si muovono i personaggi), trovano spazio elementi estremamente innovativi, dall’abile (sebbene solo accennato) utilizzo dell’elemento multimediale (magistrale, in questo senso, la prima apparizione in scena del cast, che sembra comparire all’interno di una videoproiezione, come fosse parte facente della diapositiva – fondale) all’annullamento pressoché totale dell’elemento scenografico, qui giocato solo sulla presenza di alcune scale con rotelle (tipo quelle dei cimiteri), che diventano di volta in volta carrozze, balconi, finestre restituendo l’idea di quel non – luogo tipico della ricerca teatrale del ‘900.

La vicenda, più che nota, scorre piacevolmente per le due ore abbondanti della rappresentazione, anche grazie all’impegno traduttivo della Demattè, a cui va il merito di essere riuscita a restituire quel linguaggio ibrido, contemporaneamente altissimo e volgarissimo, armonico e greve che è stato la fortuna di Shakespeare. Nuove rime, nuovi versi, alcuni forse un po’ forzati ma sempre perfettamente reinventati e collocati nel giusto contesto.

Proprio sulla traduzione rimane però uno dei dubbi più grandi, legato al recupero di quell’epilogo che Shakespeare stesso aveva deciso di abolire dopo la prima versione. Una scelta sicuramente coraggiosa ma al contempo pericolosa poiché modifica, forse, il significato stesso dell’opera. Chiudere il cerchio restituendo il povero Sly (che qui si chiama Smalizia) alla realtà, significa alleggerire notevolmente l’aspetto più inquietante dell’opera. Con questa chiusura, l’opera non torna ad essere altro che un tradizionalissimo e rassicurante esempio di “teatro nel teatro”, una commedia estremamente divertente e con molti spunti di riflessione, certo, ma nulla di più. La scelta drastica di togliere l’epilogo e chiudere quindi l’opera non nella realtà ma nella rappresentazione, raffina (e di molto) il significato filosofico di tutto ciò che abbiamo visto. Dove sta la realtà e dove la finzione? E quanto quest’ultima è più forte e vincente rispetto alla prima? Non è forse qualcosa di molto vicino alla realtà virtuale di questo millennio?

Domande che, per lampante scelta, non riusciamo a porci. L’intento di estremo alleggerimento è infatti evidente anche nella scelta di Chiodi di ridimensionare il personaggio di Caterina, che qui (straordinariamente interpretata da un Granata da ovazione) appare una mattacchiona un po’ fuori di testa, sicuramente complicata ma non certo indomabile, come invece ci appare la violentissima e furbissima creatura di Shakespeare (che, tra le altre cose, spacca violini in testa a chi cerca di farle da insegnante e tortura la sorella fino allo sfinimento). Questa virata verso l’alleggerimento totale toglie forse un po’ di mordente anche al gran finale, il sorprendente cambiamento di Caterina, vinta dalla violenza molto più forte di Petruccio, rendendoci meno empatici nei confronti della sua resa, sintetizzata nell’eccezionale monologo finale della ragazza.

Ma questi piccoli dubbi vengono brillantemente superati dall’interpretazione superlativa dei tre attori citati in apertura. Di Genio e Granata, nelle loro dispute amorose, ci regalano i momenti migliori della rappresentazione mentre a La Rosa riesce forse la più straordinaria delle imprese, ovvero quella di rendere Tranio, un personaggio secondario e nemmeno molto ben tratteggiato da Shakespeare, protagonista assoluto, talvolta autentico motore dell’intera vicenda.

Un esperimento ibrido, una ricerca importante che, pur con i dubbi di cui sopra, merita di essere vista e analizzata in profondità.

PS: il balletto su musiche di Dmitrij Sostakovic, ispirato all’opera, verrà rappresentato a settembre al Teatro Alla Scala. Niente da dire, è proprio l’anno della Bisbetica!

Massimiliano Coralli

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