Recensione: “Kaddish”

Kaddish
foto Laila Pozzo

Qual è il segreto della vocalità di Bruni? Viene voglia, con la stessa curiosità del bimbo che maneggia un giocattolo per scoprire come funzioni meticciando il suo pensiero magico con le deduzioni aristoteliche, di indagare quel mistero. Poi ecco l’intuizione improvvisa, il satori del buddhista zen, è un vento quella voce, un vento umido che si arricchisce della voce vissuta di una laringe baudelariana che ha più ricordi che se avesse mille anni, un vento serico graffiato e macchiato dal sangue dell’anima, ha una sua vita propria, autonoma, che viene offerta in sacrificio alla platea come se fosse un’eucarestia fonetica. Il poema di Ginsberg, un flusso anfetaminico di coscienza che diluvia sul foglio, è in uno stato di affinità elettiva con l’attore.

L’inizio è un prestissimo musicale, una scala a chiocciola vorticosa di suoni i cui gradini sono fonemi, l’impressione è quella di vedere scorrere un paesaggio vocale dal finestrino. Corrono queste parole, corrono veloci, talmente veloci che sfuggono alla loro stessa materialità, se ne spogliano, diventano una cosa talmente sottile da diventare ideale. Il regista, Francesco Frongia, presenta un assolo, che scorre veloce come le dita di Charlie Parker sul suo sax, un prologo fatto di fraseggi che hanno l’urgenza di vivere piantata nel loro cuore, come il lucifero dantesco piantato nel ghiaccio, una tirata che prende in prestito i fiati di tutta la platea, per alitare e restituire uno scroscio di esseri umani in direzione del pubblico. Poi fatalmente il tempo si dilata, le note sono tenute, i soffiati che sanno del catrame di Waits si mostrano per chiedere alla Diva di Newark di cantare l’ira di una madre che addusse l’infinito lutto di se stessa, di una follia materna, più devastante di quella di Aiace che dilania l’autore come i Titani fanno con le carni di Dioniso.

E’ una danza bacchica questo testo, un sistro fonetico scosso insistentemente per regalare l’odore di un movimento vorticoso che necessariamente deve prendere fiato per guardare, con il proprio suono, negli occhi lo spettatore. C’è l’attore, una scrivania, televisori che vomitano immagini, ma per la maggior parte del tempo sono occhi polifemici, accecati, ignari del loro non vedere chiaramente, di quella loro mancanza di messa a fuoco, di quel pietrisco elettronico che si agita sul loro schermo segnalando la mancanza di sintonia. Il punto di fuga, il centro del centro della prospettiva è ancora e sempre la parola di Bruni, battuta ora freneticamente a macchina affinché corra più veloce della follia che racconta, ora scandita come per imprimere ad essa un esserci tipografico più deciso, nel tentativo di renderla necessaria, di isolarla da tutto il resto per offrirla alla platea come un diamante purissimo, momento in grado di sfuggire allo scorrere dei momenti, mutando il tempo cronologico in tempo cairologico, quello in cui un fonema, un soffiato, punta i piedi per non andarsene, si aggrappa selvaggiamente all’ascolto dello spettatore, e sopravvive come la persistenza tannica di un vino corposo sul palato, come una eco che regala, al suono che racconta, una vita oltre la vita, una propaggine metafisica.

Davvero diventa un kaddish questo monologo, una preghiera ebraica recitata come parte dei riti funebri, in cui il corpo stesso dell’attore si fa lingua salmodiante, si trasforma in parola, ed in qualcosa al di là della parola stessa, riesce nell’impresa di trasumanare in un flatus che vibra di un potere esoterico, di un mantra in grado di evocare la luce più pura, adamantina. Parte veloce questo swing, ti fa venire il fiatone, e poi ti lascia il tempo per un lento jazz, un momento in cui la nota esplode a ralenti come una supernova per ricordarci che ciò che è struggentemente bello è frutto di un dolore che si incarna, per un lungo interminabile istante, sull’ancia di una sax. C’è la vita e molto di più in queste parole di Ginsberg, c’è l’omaggio ad una mother, anzi una atom heart mother, che diventa un genitore cosmico, racchiude in un’unica sovrapposizione ciò che è, che non è e potrebbe essere. E’ stupefacente verificare, sillaba dopo sillaba, quanto l’attore riesca a farsi sacerdote della parola, a mostrare tutti i suoni come se fossero agnelli di dio che elencano i peccati del mondo, ricostruendo frame dopo frame il film da cinebrivido di un’anima che grida, urla munchianamente l’assenza di una Giocasta che non sta dietro all’american way of life, ed è perciò destinata alla follia. Se ne sta lì seduta e assente come il matto di Don Backy questa donna, e la sua pazzia è l’utero di gestazione di Ginsberg ed insieme di Bruni, un inferno da attraversare necessario per uscir a riveder le stelle, una palla di pelo da espellere in forma di suoni, una catarsi glottologica per ritrovare Cartesio in un pensiero cristallizzato in un’emissione vocale. Non se ne abbia male lo spirito di Bene se in sala distintamente si avverte, tra gli umori di una carne offesa dall’insania esistenziale, l’odore di dio, di un Nome tra i nomi, nascosto tra le pieghe di tutte le articolazioni dentali, palatali, glottidali, ultime preziose vestigia di una teologia negativa consumata fino all’ultimo fonema per lasciare agli spettatori solo una voglia di applausi.

Danilo Caravà

20 Commenti

  1. Mi chiedo per chi esattamente sia scritta questa recensione. Qual è il pubblico da cui vorrebbe essere letta? Forse una fotocopia dello scrivente stesso? Francamente non riesce a trasmettermi alcunché se non la sensazione di un mero esercizio di sfoggio di parole e di autocompiacimento alla semi-apoteosi. Utilità per me: nulla. Purtroppo.

    • Ammiro il regista, scrittore, attore Danilo Carava’, per la sua chiarezza d’ espressione, diretta ad un pubblico che ama l’ arte, e ne è affascinato. Le sue presentazioni, le sue minuziose analisi valorizzano, completano l’ opera stessa.

  2. Trovo questa recensione comprensibile se si ha voglia di prestare attenzione a quanto scritto. È assai difficoltoso in questo periodo trovare attenzione da parte di coloro i quali hanno il compito di recensire, la giusta sensibilità , la voglia che traspare di fare il proprio mestiere e farlo con l’onesta intellettuale che qui sopra traspare .
    È stato un piacere leggerti e scoprire qualcosa in più .
    Grazie

  3. Commento profondo e molto articolato, che sembra analizzare chirurgicamente ogni particella della piece. Uno scritto da leggere, da meditare e da cui imparare.. A me ha aperto nuovi orizzonti! Posso solo dire grazie!

  4. Veramente triste che, nella patria di Gadda, Testori e Savinio, una recensione debba essere paragonabile a una “guida al consumatore”, o all’Inci di un prodotto. Che tutto debba essere lampante, oggettivo, immediato, con l’obbligo di “parlare come si mangia”, pena il disprezzo, come in questo caso. Una volta, la complessità stimolava l’approfondimento, non veniva definita “inutile”.

  5. Ecco finalmente un’analisi profonda e approfondita.
    Magari ci fossero più critici colti e con la capacità di dare il giusto peso a concetti e parole.
    Parole che in questa descrizione diventano vive e risuonano dentro di noi in un flusso di carne e sangue così come la voce dell’attore.
    Grazie per averci fatto assaporare la bellezza di quanto hai visto e grazie per rifuggire quell’eccessiva semplicità che poi diviene banalità.

  6. Abituata a leggere recensioni che più che altro sono delle grandi trame, finalmente con il signor Cariva’si vola alto. É davvero un piacere leggerlo. Si puo anche non essere d’accordo con ciò che scrive, ma quella sua scrittura così ricca é affascinante. E con l’abilità di un raffinato pittore dipinge immagini a cui non si é abituati e che colpiscono per originalità, bellezza, profondità. E in tutto questo mi ha fatto venir voglia di andare a vedere Kaddish.

  7. Danilo Caravà ha la rara capacità di saper trasmettere emozioni e far riflettere. Con il suo scrivere sagace e intelligente sa accendere una luce nell’antro buio di ogni cuore, come la tremante fiamma di una candela osservata da lontano che d’improvviso diventa bagliore accecante. Quella accecante verità che si mostra ai tuoi occhi nuda, senza orpelli, scevra da ogni pregiudizio o ragione.
    Ammiro profondamente chi, come lui, detiene una tale capacità da stimolare il tintinnio delle campane nella silenziosa piazza della coscienza sopita.
    Meriterebbe ben più prestigiosi palchi per l’impegno, la passione e la genialità che lo contraddistinguono.

  8. gia da tempo affido le mie scelte teatrali alle suggestioni espresse da caravà nelle sue recensioni. a volte i suoi riferimenti letterari sono oltre la mia portata ma ripeto le suggestioni trasmesse le ritrovo puntualmente durante gli spettacoli che consiglia. tra l’altro è anche opinione di alcuni spettatori con cui ho avuto modo parlare…e questo vuol dire che siamo in molti a seguirla sig caravà !

  9. Una recensione che valorizza l’opera. Nello scenario odierno della critica letteraria, cinematografica, teatrale, musicale ecc. bisogna fare i conti con innumerevoli meta-artisti che invece di esprimere una imparziale disamina al cospetto di ciò che vogliono trasmettere, si pongono in primo piano rispetto all’opera descritta, come se la propria analisi fosse una costola dell’opera stessa. Caravà si astrae da questi cliché e ci fa capire che una critica complessa e costruttiva come la sua, costellata da un linguaggio più che appropriato (meno male ci sono ancora coloro che sanno scrivere), si distingue dagli stereotipi per la classe e l’emozione che comunque riesce a farci respirare.

  10. Uno spettacolo teatrale è uno scossone positivo e, a volte anche negativo alle nostre emozioni che attori,registi e drammaturghi con la loro generosità cercano di toccare. Trovo questa recensione l’espressione dei sentimenti che lo spettacolo ha mosso nell’animo di chi l’ha scritta. Grazie!

  11. Mi sento di ringraziare Danilo per le sue recensioni: non sono semplici freddi resoconti il lettore è catapultato all’interno dell’opera descritta e questo non è poco !

  12. Cara signora Gabriella, mi spiace che la recensione di Danilo Caravà non le sia servito a nulla. Ma trattasi, appunto, di recensione non di comunicato stampa e/o di guida agli spettacoli in scena. Certamente non è di facile lettura, ma proprio qui sta il pregio (per chi la intende)…

  13. Alle volte la cosa più bella di certi spettacoli sono le recensioni di Danilo Caravà. In questo caso lo spettacolo merita pure, quindi per Danilo è stato ancora più facile trovare le giuste parole per descrivere la meraviglia e l’incanto che suscitano il lavoro di Frongia/Bruni. Complimenti a chi era in scena e a Caravà che ha ricamato questa recensione.

  14. La recensione di Danilo ( mi permetto di chiamarlo così, perchè l’ho visto nascere teatralmente, anzi, se dovessi usare la sue parole, dovrei dire che sono stato la sua levatrice..professionale, of course )ebbene la sua recensione è perfetta. Lo è perchè abbraccia una materia azzurra, volatile e fluida, come la poesia, e un’altra, fantasmatica e iniziatica, come il teatro, e vi fluttua all’interno, in stato di grazia.Tanto che uno come me, che non ha potuto assistere alla spettacolo, e non potrà farlo ( per ragioni geografiche..),in realtà, grazie a lui, lo ha ” visto “. La ” visione “, infatti, è la dimensione a cui accedere, per immergersi in uno spettacolo come questo, che posso immaginare, ma anche conoscere. ” Kaddish ” di Ginzburg è una spirale di parole-invocazioni, un mantra supplice e dannato, una preghiera balbettata, sussurrata, gridata ( ” Houl ” ) e il suo metro è il jazz. Di più, il be-pop febbrile e newyorchese degli anni ’60, che la prende per mano, la stringe e l’accompagna fuori, all’esterno, nella desolation road..Poesia e musica sono spesso la stessa cosa, e spesso il tetro le compendia entrambe e le esalta. Una recensione – racconto- interpretazione- analisi di uno spettacolo simile, dev’essere così. Confrontarsi, misurarsi, congiungersi materialmente e carnalmente con l’opera presa in esame. D’altro canto, negli anni ’70, quando la creatività si coniugava con la ricerca e lo studio, abbiamo avuto critici musicali che, nelle loro recensioni, replicavano, moltiplicavano l’artisticità dell’opera analizzata e la dilatavano, insieme alla nostra percezione di spettatori-lettori. ( Due nomi, ad es. Isotta per la lirica..Bertoncelli per il pop-rock..).Infine, una parola sulla citazione di Carmelo Bene. Era il nome da fare in questo caso ( e credo che Bruni meriti l’accostamento..), il solo nome, perchè la sua phonè era l’unico medium espressivo, l’unico sax-contralto, per ” Kaddish ” un’ ode-preghiera- canto-invettiva-invocazione nel segno dell’ebraismo, sempre perduto e sempre ritrovato. Bravo, Danilo.

  15. Ammiro il modo di scrivere di Danilo splendidamente arzigogolato, incisivo e mai banale! Lo ringrazio per il prezioso lavoro che fa con passione e preparazione. Le sue recensioni Scavano nel profondo… ah! Avercene di Danilo Caravà!!!

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