Recensione “Jessica and me”

jessica and me
Foto Claudia Kempf
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JESSICA AND CRISTIANA: LA PAROLA, LA DANZA, IL ROGO.

La sala si fa buia. Qualche secondo per far sì che cessino gli ultimi bisbiglii, gli ultimi scricchiolii delle poltrone, gli ultimi colpi di tosse. Finalmente il silenzio, parte integrante del rito. Una luce tenue illumina il palcoscenico, manovrata a intensità bassissima. Più una penombra che una vera luce. Una donna percorre piano, in diagonale, tutta la lunghezza del palco. Lentissima. Respiri sospesi, in platea, occhi incollati alla scena. Chissà cosa ci sta dicendo, la donna sul palco. E’ arrivata da chissà dove e sta andando verso un altro “chissà dove”. Chissà cosa succederà. Chissà cosa sta per accadere.

E accade che una voce di donna registrata rompa il rito tuonando “No! La camminata densa di significato, no!”.

Inizia così, Jessica and me, splendido lavoro visto in questi giorni in Triennale – Teatro dell’Arte (ex CRT), ideato e interpretato da Cristiana Morganti, storica anima del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch. La voce che sentiamo è la sua. E’ il suo pensiero che dialoga con il suo corpo in scena, la incita, la corregge, la giudica.

Un flusso interiore che è subito dichiarazione di intenti. Cristiana vuole infatti parlarci di sé, del suo rapporto con la danza e con il teatro, del suo rapporto con il corpo, con il pubblico, del significato dello stare in scena, dell’essere se stessi e dell’essere altro da sé, del suo percorso che parte da lontanissimo, da soffertissimi studi di danza classica per giungere poi ad un fondamentale crocevia: l’incontro con l’indimenticabile Pina Bausch.

Ora Pina non c’è più e da qualche anno non c’è nemmeno più il lavoro quotidiano con la compagnia. Cristiana, infatti, a partire dal 2014 ha iniziato una nuova fase della sua carriera, lasciandosi alle spalle i trent’anni passati al Tanztheater Wuppertal (con cui continua comunque a collaborare come artista ospite) per dedicarsi ad una nuova, personale ricerca. E come accade quando finisce un’importante storia d’amore o quando si perde qualcuno o quando ci si trasferisce in una nuova città, è necessario fare un punto della situazione e guardarsi per un attimo dietro le spalle, tra ironia e nostalgia, prima di incamminarsi sulla strada nuova.

Così fa Cristiana, utilizzando entrambe le arti in suo possesso, la danza e la recitazione, così magnificamente coniugati negli spettacoli di Pina.

Lei vuole che io danzi oppure vuole che io parli?

E’ la domanda chiave, che Cristiana rivolge a uno spettatore, accompagnando la frase con movimenti mimici, ripetuti più volte, come frequentemente accadeva nelle coreografie della Bausch. Perché questa storia (perché ogni storia) si può raccontare in molti modi. Con la parola, con il corpo o, meglio ancora, con entrambi. E così momenti di narrazione, sorprendentemente esilaranti, si alternano a brevissimi quanto preziosi passaggi danzati, commoventi per precisione e intensità, con l’inserimento aggiuntivo di alcuni frammenti video.

Cristiana spesso si ferma a dialogare con un registratore, da cui esce la voce della Jessica del titolo. Una giornalista incapace di ascoltare, incapace di osservare, incapace quindi di un reale dialogo. Sbaglia nomi e date, interrompe le risposte e riempie di luoghi comuni il vissuto di Cristiana, dall’inesistente vita in totale simbiosi dei componenti del Tanztheater, alla presunta estrema severità della Bausch. Una riflessione importante, che riguarda anche noi e che parla a chiunque stia al di qua di un palcoscenico. L’arte è un dialogo, tra chi la crea e chi la osserva. E’ necessario imparare ad ascoltare, imparare a guardare, affinché questo dialogo possa continuare ad avere un senso.

In un’ultima memorabile immagine, l’abito bianco indossato da Cristiana prende fuoco, con un effetto video talmente realistico e ben progettato da far rimanere col fiato sospeso tutta la platea. Forse un simbolo, anche questo. Alla fine del racconto, il rogo. Si brucia per ricominciare. Si brucia per rinascere dalle proprie ceneri e tornare a volare, come una fenice.

Da non perdere.

Massimiliano Coralli

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