Recensione: “It’s app to you”

it's app to you

Nell’era del videogioco è possibile andare a teatro ed essere chiamati per diventare protagonisti di un gioco interattivo, così come è capitato al Player 47, un improvvisato gamer scelto casualmente dalla consolle onnisciente di “It’s App to you” il 20 novembre al teatro Pim Off di Milano.

Il pubblico viene coinvolto in prima persona ancora prima che lo spettacolo cominci, attraverso delle buffe e intelligenti trovate: deve creare il proprio avatar con l’ausilio di una piccola e pratica matitina Ikea non cancellabile (quelle della nuova campagna con la gommina probabilmente saranno inserite nella versione 2.0), può consultare le pratiche istruzioni del gioco fornite all’ingresso del teatro, può addirittura prende visione della mappa del gioco e persino consultare i voti e i commenti dei precedenti spettatori-giocatori, come per esempio un immancabile “SONO VERAMENTE EUFORICO”, mantra per tutti gli under 30 conoscitori del web. A tenere insieme le redini della piattaforma virtuale è l’algoritmo, impersonato da un giovane ragazzo il cui vestiario ricalca l’immaginario tipico dei villain dei film d’azione.

L’onniscienza di algoritmo è paragonabile alla conoscenza omnicomprensiva delle divinità: lui conosce passato, presente e futuro e sa già cosa i personaggi decideranno di fare. I character del suo gioco sono dotati di libero arbitrio o sono destinati a seguire per sempre i suoi ordini? Al contempo, se il giocatore instaura una connessione con il personaggio tale che l’io dei singoli non risulti più scindibile, arrivando a vedere il personaggio come estensione della volontà del giocatore e viceversa, quanta libertà di scelta resta al gamer? Tutti interrogativi che vengono abbondantemente ed esaustivamente sviluppati all’interno della piéce teatrale, che spesso e volentieri si destreggia tra domande filosofiche di stampo prettamente fantascientifico alla “Blade Runner”, di non poco conto. Come in un film distopico, il giocatore inizierà a ragionare su se stesso e sul valore della sua esistenza, mentre il personaggio del videogioco prenderà sempre più coscienza di sé come individuo e arriverà a non poter sopportare la consapevolezza di un eterno ritorno dell’uguale nella sua esistenza, che si rivelerà essere un circolo infinito di vita e morte da cui vorrebbe disperatamente scappare.

A svolgere il ruolo di 46, la protagonista del videogioco, vestita come una tipica eroina dei games, con pantaloncini, stivaletti e giacca di pelle, è Paola Giannini. Avatar azzeccatissimo, sia per il look, che per le movenze, curate nei minimi dettagli e mantenute per tutta la durata dell’esibizione. Il personaggio si muove ciondolando sul posto, cammina lateralmente come un granchio, salta, ruota e fa tutto quello che farebbe un tipico character femminile di un videogame, con dei movimenti estremamente verosimili, grazie alle notevoli capacità della Giannini.
Un contrasto molto inaspettato, che suscita nel pubblico risate costanti, è dovuto dal fatto che la voce della protagonista, che in quanto avatar non ne possiede una, è data da Algoritmo, che parla in perfetta sincronia con l’eroina, generando un forte straniamento nel povero malcapitato 47, che si ritrova a parlare per tutto lo spettacolo con una giovane fanciulla con una voce maschile.

I due giocatori, il gamer e l’avatar, si muovono in continuo scambio di informazioni all’interno di un gioco ben simulato, grazie ad una scenografia pop semplice, ma utile per ricalcare gli stilemi classici dei giochi alla Super Mario, con box a premi che contengono indizi e postazioni con sedie girevoli. Ovviamente, a supportare il tutto, non mancano le musiche da Arcade anni ’90 e dei mini game per aumentare i punteggi e ricevere bonus extra, come in un videogioco che rispetti. Ad avvalorare uno dei mini-giochi è la presenza di un anziano spettatore che viene chiamato sul palco e simpaticamente sfidato a riconoscere i titoli di alcune canzoni, suscitando ilarità e applausi, grazie anche alla moderazione di Algoritmo durante la sfida.

Man mano che il gioco prosegue, il giocatore e il suo personaggio si scambiano informazioni personali e si viene a conoscenza della filosofia solipsista di 47, che vede in tutto una estensione della coscienza di sé medesimo e questo permette sia di seguire alcuni suoi ragionamenti effettuati durante la partita, sia di interconnettersi, per contrasto, coi pensieri di 46, che invece, essendo mero personaggio di un videogioco, esiste solo come coscienza altrui e soffre la mancanza di una identità propria. Quello che non è perfettamente chiaro, è se fosse necessario introdurre il pensiero filosofico solipsista che esplicasse le metafore alla base dello spettacolo, che probabilmente erano già sufficientemente chiare. Eliminando la questione del solipsismo, l’intero gioco di scambio fra realtà e finzione probabilmente avrebbe retto ugualmente, per cui sarebbe stato gradito un mantenimento implicito della metafora, senza doverla spiegare attraverso riflessioni e digressioni a tratti leggermente distraenti, come quella sulla censura delle parolacce nei videogiochi, piuttosto che la questione sulla distinzione tipologica delle vocali nell’alfabeto italiano. Il tutto, però, si conclude in maniera positiva, con un interessante finale che prevede diversi scambi di punti di vista, che invita a riflettere e a prendere coscienza di noi stessi, della nostra identità sia reale, sia virtuale, identità che spesso coincidono più di quanto potremmo pensare…

Jasmine Turani

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