Recensione: “Isabel Green”

isabel
foto Serrani

Come si può odiare qualcosa che si è sempre amato? E’ questo il dilemma di “Isabel Green”, il monologo prodotto da Atir, interpretato all’Elfo Puccini da Maria Pilar Perez Aspa, scritto da Emanuele Aldrovandi e diretto da una Serena Sinigaglia più che mai attiva su diversi fronti in questo inizio 2018.

Uno spettacolo che accoglie il pubblico tra le sue braccia già all’ingresso in sala con le colonne sonore di film cult come “Momenti di gloria” e “Il padrino”, il cinema entra a teatro, due mondi così vicini sulla carta, ma lontani nella realtà.

Poi appare lei, Isabel Green, proprio come la Venere di Botticelli con la differenza che la nostra attrice non nasce in una conchiglia ma in una stella da walk of fame che costituisce la scenografia e indossa uno splendido vestito rosso. In mano un Oscar, perché Isabel ce l’ha fatta, dopo sette nomination è arrivato il premio dell’Academy per il film in cui interpreta Madre Teresa di Calcutta, una media degna di Meryl Streep che di statuette ne ha ricevute 3 su 21 candidature.

E’ il momento di tenere il classico discorso ed è normale che ci sia nervosismo, tensione nella mente di Isabel. Maria Pilar tira fuori tutto in un flusso di coscienza che è più un dialogo interiore, il discorso inizia, qualche frase banale, un ringraziamento alla fondatrice delle Missionarie della carità, un richiamo alle sue origini messicane, insomma quelle cose che si dicono in certi momenti. Ma lo spettatore ha già capito che qualcosa non funziona ed ecco che tutto si stravolge.

Uno schiocco di dita, un cambio di luce e un’espressione diversa trasformano Isabel in una donna fragile e sull’orlo di una crisi di nervi. Uno schiocco di dita, un cambio di luce e un’espressione diversa trasformano Isabel in un pericolo. Sono cambiamenti che fanno sussultare il cuore dello spettatore e che stupiscono al tempo stesso.

Nelle sue note di regia Serena Sinigaglia definisce Maria Pilar l’attrice perfetta per Isabel e quanto visto in Sala Bausch ne è la conferma. Si ride, si gioca sul cambio di lingua, sulle imprecazioni in spagnolo e sugli scatti di ira della protagonista, ma quello che viene fuori con il prosieguo del testo è una donna che commuove per la sua sofferenza d’animo.

La confessione di Isabel blocca il respiro, i suoi racconti fanno pensare a grandi star del cinema e della musica che ci hanno lasciato senza una spiegazione. Ma il testo di Aldrovandi non è una semplice accusa al mondo dello spettacolo, bensì un monito a una società in cui far credere che sia giusto è meglio che obbligare, dove le lacrime portano automaticamente agli applausi senza invece cercare di capire il motivo di quel pianto.

Odiare ciò che si è sempre amato è possibile, capirne il perché è forse l’unica salvezza. Il discorso di Isabel doveva durare 45 secondi invece arriva a circa un’ora perché, nonostante tutto l’odio che si possa provare, Isabel quel palcoscenico non lo lascerà mai.

Ivan Filannino

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