Recensione: “Io Sono. Solo. Amleto”

suite amletica

SIA LODE AL DUBBIO

Amleto, ormai, più che un personaggio, è una macchina retorica, un archetipo junghiano, una serie di tarocchi da mostrare al pubblico, per vaticinare su un futuro che ha tutto il sapore dell’eterno ritorno nietzschiano.

Questo lo sa bene Marco Cacciola che trova una sua personalissima declinazione del principe di Danimarca, lo trasforma coraggiosamente in uno stand up tragedian, in un tecnico del suono che cattura le parole, i rumori del pubblico, in un logofago che metabolizza il linguaggio per poi restituirlo in pura energia scenica. La sua interpretazione passa la barriera emato-encefalica dello spettatore, ed entra come efficace serotenergico nella mente, scrollando definitivamente alla tragedia originaria quella patina da ancien regime, quel corredo ottocentesco fatto di lunghi mantelli e laringi bronzate.

L’attore seduce la platea, la corrompe con una caramella, o con una sigaretta, tutto è machiavellicamente lecito purché si compia il rito teatrale, affinché la serata viva e non si trasformi in un esperimento di narcosi collettiva. S’ingegna nello spettacolo d’arte varia di uno che è innamorato di Ofelia. Incarna i vari personaggi della tragedia mettendo in atto la felice intuizione secondo la quale Amleto, oltre allo spettro del padre, è circondato dai fantasmi degli altri personaggi, da presenze altre, inconsce, che si muovono e s’agitano nella sua testa. Con una vocalità proteiforme intrattiene il pubblico, e salta con agilità dal lazzo all’immancabile monologo, prova del fuoco che supera abilmente, applicando un lavoro di sottrazione, e fingendo pessoanamente che sia dolore il dolore che sente davvero. Scrive parole questo danese, le batte sulla tastiera, mentre il pubblico le vede formarsi su uno schermo, quasi a voler meteatralmente incarnare quell’inseguirsi fra il testo scritto e testo scenico, quella lotta infinita in cui le battute cortocircuitano felicemente al di fuori del copione, nell’irripetibilità eraclitea della messa in scena.

In scena troviamo pochi elementi annegati in una pagina bianca del copione, tutta da scrivere con i gesti e le parole dell’interprete, la terra con cui aprire un dialogo materico calibaneggiante, il vestito bagnato di Ofelia, umido simulacro di una presente assenza che fatalmente colonizza l’anima di Amleto. Seguendo la felice lezione aforistica di Kraus, questo Amleto, che domina così bene il linguaggio degli altri personaggi, non può impedire che il proprio faccia di lui ciò che vuole, rendendo la parola padrona del campo, al ritmo martellante di un cuore rivelatore, trapiantato dall’omonimo racconto di Poe, ed amplificato dal microfono.

Danilo Caravà

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