Recensione: “Io santo tu beato”

io santo tu beato

La religione cattolica è l’unica in cui valga la pena morire, così recita l’aforisma di Oscar Wilde, e lo hanno ben presente i due protagonisti di questa particolare pièce, che si avvale dei codici della Commedia dell’Arte, ovvero Renato Sarti, che firma anche la regia di “Io santo tu beato”, nel ruolo di papa Pio XII, e Bebo Storti calato nel ruolo di Padre Pio.

Il primo reinventa un Pantalone di bianco vestito, azzimato, con una vocina querula di testa, grattata, a tratti gustosamente nevrotica, iperbolicamente nariciuto, e propone un esilarante “latinorum” grammelotizzato, il secondo rigioca Balanzone bagnandolo di sonorità foggiane, in grado di dare alla sua recitazione una comicità materica immediata, ventrale, ed il grosso ventre è infatti il centro di gravità del suo costume.

Si scherza senza paura con i santi, nel solco di una tradizione comica che dai giullari e le tecniche dell’Improvvisa transita attraverso misteri buffi di Fo, e non ha tema di canzonare e sbertucciare il mondo clericale. Lo si fa con arte e mestiere, lo si fa sapendo che la pars destruens della risata risulta simile al pungolo del tafano socratico in grado di offrire alla Chiesa uno stimolo a migliorarsi. I due personaggi vengono immaginati in un ipotetico aldilà, risolto efficacemente con una serie di quinte, calate dall’alto come un ironico deus ex machina, volutamente “finte” e dipinte con colori cerulei, che traguardano nel fondale, riecheggiante il dipinto vorticoso della Sala dei Giganti nel palazzo Te a Mantova.

Entrambi vorrebbero un posto in paradiso, ma pare che ci sia spazio per uno solo, questo fatto fa nascere un piacevole gioco al massacro reciproco, in cui i due si alternano nel ruolo di giudice e pubblico accusatore, per ricordare le zone d’ombre di un’agiografia che racconta l’umano troppo umano, per citare Nietzsche, prima del santo o del beato. Sembra di rivedere le dinamiche circensi del clown bianco e dell’augusto, se il Pacelli di Sarti donchisciotteggia con le sue dita aracniche verso i mulini a vento della gloria papale, il Padre Pio di Bebo Storti sanchopanzeggia restituendo al suo personaggio carnalità e vita, anche nei suoi aspetti più grossier.
L’interattività con il pubblico, preso al “lazzo” ed azzannato, o meglio “azZANNIto”, moltiplica l’effetto comico, ed abbatte, con i picconate battutistiche verso la platea, la quarta parete. Verso il finale la comparsa di un dio con le sembianze di una ballerina brasiliana fa letteralmente dinamitare le convezioni dei due personaggi, questo personaggio prima ricorda il messaggio d’amore del cristianesimo originario, riferendosi alla teologia della liberazione, ed a figure di combattenti, orgogliosamente seduti dalla parte di un torto brechtiano, opposto al fariseismo convenzionale, quali Padre Zanotelli e Don Gallo, e poi coinvolge tutti, spettatori compresi, in un blues liberatorio, in una preghiera immediata che trasforma per un attimo la sala in un gioioso coro gospel. Uscendo dal teatro rimane il profumo delle risate, ma anche spunti di riflessione sul mondo ecclesiale.

Danilo Caravà

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*