Recensione: “Intimità”

intimità

“Intimità” è uno di quegli gli spettacoli che lasciano un retrogusto diverso, che in bocca regalano un sapore tannico, il cui gusto insiste a proporsi nel palato. Certo, l’immediata percezione non può che essere comica, fin dal presentarsi dei tre protagonisti, in déshabillé, fotografati nel ridotto di resistenza pudica della biancheria intima, nel tableaux vivant di una verticalità incerta, timida. Parlano una lingua beckettiana, asciutta, ragionano dei loro giorni (in)felici, ripetono ritualità verbali con la fedeltà di un servomeccanismo a orologeria. L’effetto esilarante è il risultato corretto di questa equazione, ma quasi subito si ha l’impressione che il riso abbia una genesi di bergsoniana memoria, preveda cioè l’anestesia del cuore da parte del pubblico.

Si ha l’impressione che la platea, risata dopo risata, affili la lama di Shylock per pretendere la libbra di quella carne nuda degli interpreti, possibilmente nel punto più vicino al cuore. E questo trio lo sa, ha scritto il testo, è cosciente di tutto questo, tuttavia ripete la parola “intimità” e la posa simbolicamente nel grembo degli spettatori, come un fiore, e delicati fiori sono anche i momenti verità suonati in un esile minore, fonemi che riescono a rimanere funambolicamente sospesi tra la leggerezza e il cupo boato del temporale dell’anima. Sono figurine un po fané, dei peanuts in cerca del grande cocomero del vero amore. Ci ricordano che l’abitudine è una grande sordina, ed il ciclo dell’eterno ritorno può non essere tonitruante come quello nietzschiano, e farsi piccolo piccolo, come una piccola coperta in cui rifugiarsi giorno dopo giorno. Hanno la parvenza di una poesia di Gozzano, sono timide e fragile cose su due gambe pieni di sospiri e languori, detti attori.

Terminato l’eco della risata verrebbe voglia di abbracciarli, ed ecco che in quel momento il titolo della piece acquista un valore aggiunto, un senso più pieno e più compiuto. Sono riottosi questi interpreti nello stendersi sul lettino freudiano, e preferiscono raccontare la psicopatologia sentimentale della loro vita quotidiana in piedi, volutamente in prestito, in quel fatale momento di imbarazzo, qui intelligentemente dilatato e sviluppato fino a farsi materia drammaturgica, con cui gli attori, le attrici, si presentano al pubblico, nella speranza che quei posti pieni diano loro un senso, un significato. Sanno per istinto che il desiderio, come ricorda Lacan, è fatalmente il desiderio dell’altro, come nel racconto dell’attrice, Eleonora Panizzo, una riuscita declinazione femminile del Pierrot lunaire, che cerca il principe che le dia un nome, un’identità, per poi scoprire l’inganno di questa aspettativa, e ricominciare nuovamente l’errore, per fallire, per fallire meglio. I due uomini, Andrea Bellacicco e Jacopo Pagliari sono paradossali dioscuri, anime accatricciate in poche parole preziose, come i cavallini dello zoo di vetro, e lanciano il loro allarme esistenziale in punta di piedi, sperando che qualcuno raccolga il loro message in the bottle.

E’ stato efficace il regista Lorenzo Marangoni ad usare sfumature impressionistiche nel costruire questo lavoro teatrale, evitando il contorno deciso del nero e lasciando ai colori dell’anima la libertà di conquistare spazi al di là della figura, inserendo volutamente un sapore agrodolce, tra una battuta e l’altra, in quell’istante in cui la battuta dell’interprete, che sta per essere masticata dalla risata dello spettatore, appare in tutta la sua verità, come un pasto nudo. E’ lieve dunque questo spettacolo, di quella levità auspicata da Calvino, ma gli va riconosciuta quella voglia di pioggia che lascia dentro, quel memento, quel ricordo di quel grado zero, di quell’orizzonte degli eventi che caratterizza il fare teatro, la ricerca di un intimità tra due esseri, uno che parla e l’altro che ascolta.

Danilo Caravà

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