Recensione: “I’m a woman. Do you hear me?”

i'm a woman
photo Reza Ghaziani

Dal 20 al 23 novembre, il Piccolo Teatro Studio Melato ha ospitato lo spettacolo “I’m a woman. Do you hear me?”. Camelia Ghazali, che l’ha scritto e diretto, ci ha regalato frammenti viventi dell’esistenza interiore di una donna, che si racconta come se stesse vivendo un sogno, o meglio: un incubo. Il pubblico si addentra nei meandri delle sue paure: la regista e la sua compagnia ci hanno fatto entrare in contatto con una sfera sacra e rarefatta, con qualcosa di spaventosamente intimo, raccontato con la forza della voce, di suoni stranianti e strazianti, di nenie ripetute come durante una preghiera.

L’identità della protagonista è frastagliata in momenti lontani tra loro nel tempo, che risuonano fra loro tramite una studiatissima drammaturgia dei gesti; è divisa in diversi corpi, oscillanti tra il bisogno di contatto e la paura della violenza. C’è la volontà di partire, che implica lasciare tutto per sempre, e il timore di ciò che questo significhi. L’ingenuità di una bambina e la consapevolezza di una madre, cosciente che nascere donna implica l’entrare a contatto con una realtà complessa, esposta al pericolo, al giudizio, alla solitudine delle proprie scelte. Camelia Ghazali ci mostra con lucida consapevolezza la sfera del femminile, riflettendo sul fatto che non siamo solo noi stesse: siamo più donne. Siamo le storie delle nostre madri, delle nostre ave, le donne che non conosciamo, quelle che non ci somigliano e altre che vivono sofferenze che nemmeno possiamo immaginare. E lì, tra i nostri bisogni più umani, i limiti di un presente incerto e le prepotenze di chi vuole qualcosa da noi, c’è la nostra identità. O meglio, l’illimitata ricerca per comprendere chi siamo e cosa possiamo fare, una domanda che ci fissa allo specchio tutti i giorni.

Il pubblico, coinvolto e colpito, si è addentrato in un gioco di specchi e di riflessioni, rievocato dalla scenografia, un dedalo di pilastri e giochi di luce, nel quale le attrici si nascondono e riappaiono, evocate dal racconto: i fantasmi che compongono il mosaico di questa identità sono sempre presenti, in movimento. Ghazali riflette sul peso del genere e sul paradosso della sessualità, vissuta sia con desiderio, che con infamia e vergogna; con un genuino trasporto di spirito, ma con l’avvertimento che sibila dietro le nostre orecchie: “sarai tradita da chi ami di più”. L’unica presenza della figura maschile in sala è infatti trasfigurata in un cavallo, maestosamente silenzioso e allo stesso tempo inquietantemente ferino. Sempre vicino, eppure irrequieto.

A essere sempre strisciante e pronto ad aggredire la protagonista è anche il dolore: la scena parte con le urla del parto. La protagonista sta nascendo. Questa fisiologica sofferenza continua con la crescita, evocata dal colore rosso, ma si mescola e viene alimentata da irrequietezze interne, dettate soprattutto da soprusi esterni. A segnalarlo c’è anche il suono delle bombe e dello stridere metallico in sottofondo, in dialogo con la parola e i gesti, in comunione con ulteriori effetti scenografici: scende la neve dal soffitto, che presto si trasforma in cenere. L’elemento naturale amplifica il ritmo della narrazione: c’è un sommesso ancestrale latente, che la protagonista ospita dentro di sé. Che quasi la imprigiona. Le identità della donna si riuniscono infine in un solo individuo, l’unica figura femminile in scena che non ha parlato, ma solo danzato in punta di piedi: è colei che ha “sognato delle donne dietro la porta” e che sta ritrovando, forse, non con facilità, la propria voce.

Lo spettacolo evoca: non spiega. Eppure, tutti in sala hanno capito che cosa stessimo guardando: gli applausi non si sono risparmiati, hanno risuonato catarticamente in sala, dopo un’ora di tensione ed emozioni ambivalenti. I’m a woman. Do you hear me? è una poesia, dalla scelta delle parole, alle ombre nascoste dietro le colonne: ma è anche una denuncia, un richiamo alla strumentalizzazione del corpo delle donne, a tutte le vittime della cultura dello stupro, del sessismo, a coloro che subiscono l’odio e la guerra.

Irene Raschellà

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