Recensione: “Il senso della vita di Emma”

il senso dela vita di Emma
foto Tommaso Le Pera

Il senso della vita di Emma, romanzo teatrale in scena al Teatro Elfo Puccini dal 2 al 7 aprile, è un’opera corale, familiare, trasversale a livello politico e culturale in modo da tratteggiare, più o meno indirettamente, l’identità non solo di personaggi particolari e ben definiti, ma anche dell’Italia a partire dagli anni ’60 fino ai giorni nostri. Scritto, diretto e interpretato da Fausto Paravidino, lo spettacolo scorre piacevolmente durante le 3 ore della rappresentazione, risultando divertente e accattivante in determinati punti, pur avendo, su altri, diverse criticità che minano strutturalmente il senso e la necessità dell’operazione in sè.

Il romanzo attraversa un arco storico molto ampio attraverso l’evoluzione interna e interattiva di due famiglie di amici prima, di genitori e figli poi, e ruota tutto intorno alla figura eclettica e sfuggente, fin dalla sua nascita, di Emma, che da bambina-marionetta silenziosa e oppressa dalle forti personalità familiari, diventa donna eccessivamente schietta e impulsiva, tanto attivista socio-ambientale indomabile quanto distruttrice professionale di rapporti umani.

Come in Rebecca, la prima moglie di Hitchcock o ne Le fate ignoranti di Ozpetek, inizialmente lo spettacolo gioca sulla grande assente Emma, richiamandone la presenza attraverso i riferimenti dei personaggi, costruendo un intreccio interessante di relazioni fra le vite dei membri delle due famiglie inevitabilmente influenzate dalla vita temporaneamente celata e solo raccontata di Emma, dei suoi eccessi, delle sue sparizioni, delle preoccupazioni che destava e dei terremoti emotivi che riusciva a creare anche solo in forma fantasmatica, come parola detta, come pensiero, come ricordo.

Ma lo spettacolo si incrina profondamente proprio a partire dal momento in cui l’assenza della protagonista diviene mera presenza, vuota di significato nel farsi carne ed ossa. Assolutamente non necessario il divenire corpo in questo caso: la potenza del personaggio e dell’intera storia risiedeva esattamente nella mancanza di Emma come umanità e di Emma come figlia, sorella, compagna, amica, amata. Perchè, in questo come in tantissimi altri procedimenti narrativi già rodati, la fantasmatizzazione dell’oggetto del racconto e allo stesso tempo l’evocazione del soggetto originantesi dalle parole, dalle testimonianze e, in questo caso, dal quadro di un’artista, conferiscono enorme forza attrattiva nei confronti del pubblico e riempiono di senso, semmai ci sia necessità di trovarne uno, l’operazione romanzesca.

Al di là della scorrevolezza dell’opera, dell’ironia ben direzionata, dell’ammirevole sostegno attoriale e scenico all’intreccio, complicato da numerose analessi e prolessi del racconto, risultano evidenti e a tratti depotenzianti alcuni fattori reiterati nel corso del romanzo: a parti musicali che precipitano la commedia nella farsa; il cammino già ampiamente percorso della satira anti-democristiana ed anti-cattolica che rischia di banalizzare la portata di temi ancora attualissimi, nonostante l’ampio arco temporale trascorso, quali l’omosessualità, il ruolo della donna in merito alla famiglia e all’ambizione lavorativa, il sistema patriarcale della società, italiana in particolare, ecc..

Tutte le criticità dello spettacolo culminano nella personificazione di Emma: finché il personaggio rimane aleatorio, prepotentemente onnipresente in ogni racconto nel racconto, il “senso della vita” di Emma rimane un interrogativo affascinante e allo stesso tempo un propulsore d’interesse che spinge lo spettatore verso il finale; quando ancora la protagonista resta incorporea e animata letteralmente dai suoi familiari, con le sembianze di una marionetta, l’operazione drammaturgica conserva un potere sullo spettatore che ha determinato il successo dei film sopra-citati, la capacità di attrarre oltre lo svelamento, oltre la maschera. Nel momento in cui Emma diviene una di noi, una dei personaggi, fallibile, fragile, umana, l’intera struttura del romanzo teatrale crolla sulle deboli fondamenta di un’operazione incompleta, incompiuta. Il senso della vita di Emma non appare alla sua vista, quando riesce finalmente a vedersi oltre lo sguardo degli altri, quando è capace di assumere il punto di vista all’interno dei suoi occhi senza tener conto della sua famiglia, dei suoi amori, delle sue battaglie: il senso, se c’è, se è necessario ricercarlo, non si palesa e forse è meglio così, forse sin dall’inizio non v’era da trovarlo, da smaniarlo, da scorgerlo in un ritratto di donna, probabilmente avrebbe dovuto restare nella penna del drammaturgo e lasciar spazio ad una necessità innovatrice.

A Fausto Paravidino e all’intero cast di attori si deve comunque il merito di reggere perfettamente 3 ore di spettacolo che supera il teatro per fondersi con la narrativa: si legge una certa storia della Famiglia, dell’Italia, dell’Umano ma oltre la pagina scritta, in un contenitore di voci e suoni e immagini che è il palcoscenico. Seppur mancante, l’operazione risulta coraggiosa e, a suo modo, importante per un orizzonte futuro di maggiore ibridazione tra le arti e tra le storie nella Storia.

Giuseppe Pipino

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*