Recensione: “Il ritratto della salute”

ritratto della salute

A un certo punto mi sono sdraiato sulla sponda e ho chiuso gli occhi per ascoltare il rumore che faceva l’acqua. La vicenda di Chiara Stoppa si apre in riva al mare. Allo Spazio Banterle c’è lei, una poesia di Raymond Carver, e un piccolo tavolo in scena che all’occorrenza si fa sdraio, divano di casa, letto d’ospedale. È in riva al mare che i primi sintomi della malattia emergono, sotto le mentite spoglie di un’infinita stanchezza. È il male di vivere negli occhi degli altri, il sospetto di una depressione in quelli della madre, l’accusa di essere troppo grassa nello specchio di Chiara.

E il vento fischiava sulla cima degli alberi, lo stesso vento che soffia giù nello Stretto, eppure è diverso. Chiara è in tournée a Messina quando la malattia esce allo scoperto. Non è stanca, non è grassa, è un tumore. La drammaturgia, realizzata insieme a Mattia Fabris che cura anche la regia, riesce a condensare in una sola ora di spettacolo la miriade di pensieri che sfrecciano di neurone in neurone dal momento in cui un medico si siede sul tuo letto per dirti che proprio tutto in ordine non è, e che dovrai sottoporti per sei mesi a chemioterapia. Zia Chemio per Chiara, che non manca un’occasione per farsi beffe della malattia con una risata esorcizzante, sdrammatizzarla per non dover nominare la morte, il vero tabù. Viene menzionata di rado, pur rimanendo sempre in agguato, la paura che governa l’uomo e ne condiziona le scelte. Viene sostituita dalla metafora di un palazzo che crolla, più e più volte sulla testa di Chiara, e dentro di lei esplosioni, macerie e detriti.

Per un po’ mi son concesso il lusso di immaginare che ero morto e mi stava bene anche quello, almeno per un paio di minuti. La malattia è una campana di vetro, Chiara mette la sua vita in stand-by. Le hanno detto sei mesi per guarire, per guardare la vita da una campana di vetro e i in tv i mondiali del 2006. Campioni del mondo! Campioni sì, da laboratorio. Esami, tentativi, strategie, ipotesi. Chiara racconta con ironia la roulette della malattia, la febbre da gioco che sale quando pensi di essere a un passo dalla vittoria. E poi no, rien ne va plus, e la fortuna si ferma sulla casella sbagliata. Il palazzo crolla di nuovo, e ricostruirlo diventa a ogni giro più faticoso. Allora forse ci vuole più tempo, troppo per aspettare di vivere la vita sotto una campana di vetro.

Chiara Stoppa nella sua interpretazione è capace di sovrapporre una sfumatura all’altra senza traumi, di trascinare lo spettatore dentro le sue scarpe e fargli vivere ogni più piccolo dettaglio. Il rapporto con la madre, i medici, gli amici, le persone incontrate in ospedale, un monologo polifonico in cui Chiara con disinvoltura dà voce a tutti. E attraverso le voci degli altri il suo pensiero si fa strada, cambia percorso, si biforca e poi ritorna. Trova una via per uscire dalla campana di vetro.

Mentre me ne stavo lì sdraiato a occhi chiusi, dopo essermi immaginato come sarebbe stato se non avessi davvero più potuto rialzarmi, ho pensato a te. Chiara non ha soluzioni da darci, nessun asso nella manica. Non ci racconta la malattia, ma la forza inconsapevole di chi vuole vivere a qualunque condizione.

È che te ne sono grato, capisci. E te lo volevo dire.

Alessandra Pace

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