Recensione: “Il processo per l’ombra dell’asino”

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Sabato 13 ottobre è andato in scena al Teatro Litta “Il processo per l’ombra dell’asino”, adattamento del radiodramma di Friedrich Dürrenmatt, ad opera della compagnia svizzera V XX ZWEETZ.

La storia si svolge nell’antica città greca di Abdera e prende avvio da un conflitto assurdo e pretestuoso tra un dentista, Strutione, e l’asinaio che gli aveva affittato l’animale per un intervento urgente fuori città. Il fatto che lo scontro si origini da un mancato pagamento che ha per oggetto un’ombra e che la questione poi si estenda al punto da coinvolgere l’intera comunità rappresenta una straordinaria metafora della stupidità caotica che si crea attorno al denaro, all’ignoranza, all’inevitabile propensione umana alla collisione reciproca di idee, modi d’agire, concezioni del mondo.

La compagnia V XX ZWEETZ, specializzata in produzioni sonore, riesce a restituire in maniera assolutamente innovativa e, a tratti psichedelica, l’ironia del testo e la sua assurdità, concepito, come già detto, in forma di radiodramma. A questo proposito, nonostante il lavoro straordinario dal punto di vista visivo, che fa dei personaggi ombre a loro volta, delle voci materia tattile e dello spazio un’enorme tela a servizio dell’immagine-metafora, la natura essenzialmente vocale dell’opera resta predominante. Tale idea riguarda soprattutto la parte centrale della storia, dove si può avere, ad un certo punto, l’impressione di ascoltare un audiolibro piuttosto che assistere ad uno spettacolo teatrale. Il termine spettacolo, accostato al teatro in particolar modo, rimanda indissolubilmente ad un’immagine che è anche azione, ad un racconto fisico degli eventi che fa dell’attore il fulcro della scena, al punto da rendere centrale persino la sua assenza. È estremamente interessante l’adattamento del testo con suono olofonico (tridimensionale), ma l’utilizzo delle cuffie risulta leggermente sterile in relazione alle “trovate” sonore messe in atto dalla compagnia, forse dovuto anche ad una fedeltà estrema al testo stesso.

Ebbene, essendo il teatro contemporaneo profondamente bisognoso di fondere i linguaggi e creare ibridi sempre vivi, sempre diversi, l’obiettivo fondamentale rimane il coinvolgimento dello spettatore in una relazione critico-emotiva, al fine di renderlo più attivo possibile, di farlo vivere da seduto, osservando esistenze tragiche, comiche, assurde, drammatiche, potenzialmente sue, mentre spesso lo spettacolo si culla sulla passività del pubblico, su cui si basa sostanzialmente il radiodramma. Ciò non toglie che l’operazione attuata dalla compagnia svizzera sia d’impatto, per cui resta la speranza di assistere a spettacoli in cui la sapienza sonora e l’innovazione ad essa conseguente vengano sfruttate al massimo.

Giuseppe Pipino

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