Recensione: “Il preferito”

il preferito

IL PREFERITO: “Più che fratelli erano nemici”

Ci sono spettacoli che ti colano addosso come cera bollente sulla coscienza, che fanno l’effetto di una secchiata d’acqua ghiacciata sul viso, ed è questo il caso del lavoro teatrale scritto e diretto da Dario Merlini, e recitato da Dario Sansalone e Daniele Crasti. Due fratelli combattono verbalmente un incontro di pugilato fatto di parole e di gesti, incassano entrambi colpi tremendi all’anima, ma restano in piedi e
continuano l’incontro.

Nessuno tocca Caino, in questa pièce, tranne Abele che si scopre, forse con più nero nel cuore. Il primo è un politico rampante che ha qualche cimitero di scheletri nell’armadio, l’altro è un anti-working class hero, uscito idealmente con i pugni tasca da una possibile sceneggiatura di Loach. I ruoli si scambiano e la scala sociale è mobile da una parte e dall’altra. Il proletario risolve un guaio del colletto non troppo bianco, unto di qualche brutto peccato, pagandone un prezzo altissimo, ma saprà vendicarsi rimettendo in discussione le coordinate etiche di entrambi.

Un meraviglioso psicodramma si consuma sulla scena nell’essenzialità di pochi oggetti, visto che la scenografia è riempita dalla recitazione dei due attori, da fonemi che si impennano, percorrono vorticosamente le scale delle battute, ringhiano e battono i loro tamburi rituali per evocare il dio della carneficina, ma sanno fermarsi per timbrare ogni finale di partita, lasciando agli spettatori il segno dello schiaffo virtuale appena dato. Il padre è assente, in coma, Edipo non c’è, e questi novelli Eteocle e Polinice si giocano una Tebe fatta di ricerca d’amore e comprensione, si combattono con fendenti verbali e colpi bassi, tuttavia il loro senso ultimo è, per dirla, o meglio scriverla heideggerianamente, l’essere-per-la lotta.

La dialettica del servo e padrone è con efficacia stilizzata in questo scontro/incontro tra fratelli, la coscienza ha necessità del riconoscimento di un’altra coscienza per definirsi, foss’anche un’identificazione in forma di battaglia e di scontro. Entrambi gli interpreti sono bravi nel gioco di farsi recitare dall’altro, e nell’assorbire per osmosi teatrale i vapori emotivi dell’altro e farli propri, Dioniso e Apollo, si scambiano, in questo modo, letteralmente di abito. In questa costellazione famigliare dove i fratelli stanno per esplodere come due supernove, il regista ha l’intuizione di aprire allo spettatore una camera mentale che, più che la sequenza temporale, segue lo stream of consciousness, le sovraimpressioni temporali dell’inconscio. Si viaggia avanti e indietro nel tempo, ed i due attori, in un piacevole gioco en travestì, interpretano il ruolo del padre, con le sue colpe ataviche, psicanaliticamente incuneato nel ghiaccio delle loro coscienze come il Lucifero dantesco, ed il trans brasiliano, momento
agrodolce reso con intelligente leggerezza, e con l’autoironia in punta di tacco dell’interprete Daniele Crasti. Il rhythm of the night della serata è alto, ed il lavoro merita tutto il generoso il capitale di applausi guadagnato a fine spettacolo.

Danilo Caravà

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