Recensione: “Il padre”

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Se l’empatia può essere una delle chiavi per il successo di uno spettacolo, “Il padre” di Florian Zeller parte già con un punto di vantaggio. Non pochi spettatori si saranno, infatti, immedesimati nel racconto rappresentato da Alessandro Haber e Lucrezia Lante della Rovere per la regia di Piero Maccarinelli. L’amore di una figlia per il padre malato di Alzheimer è un argomento che può facilmente far breccia nel cuore di chi guarda, l’interpretazione dei due protagonisti compie il resto del lavoro e spiega il successo di questa commedia che da anni gira per l’Italia arrivando ora finalmente a Milano, in scena al Teatro Manzoni fino al 27 gennaio.

Il testo di Zeller non ha nessuna intenzione di accattivarsi il pubblico, anzi lo confonde e lo disturba, lo costringe a chiedersi (almeno inizialmente) quale sia l’identità di questo o quel personaggio, a chiedersi in che ambito temporale ci si trova, se una scena sia da collocare prima o dopo a quella appena vista. Un tentativo di simulare e instaurare anche nello spettatore un piccolissimo frammento di un dramma enorme come il morbo di Alzheimer. Il resto del lavoro lo fa Alessandro Haber con la sua emozionante interpretazione. Nei panni di Andrea l’attore bolognese attraversa passo dopo passo le fasi della malattia. Non si arriva fino agli stadi più avanzati, che avrebbero cambiato completamente il registro dell’opera, ma nei gesti e nelle parole di Haber diventa impossibile rimanere indifferenti sopratutto se si ha avuto la sfortuna di vivere da vicino questa malattia. Discorso simile vale per Lucrezia Lante della Rovere che nei panni di Anna, figlia di Andrea, deve convivere con la malattia del padre. La donna rimane inevitabilmente colpita dalle crisi di chi pensa di non riuscire a sostenere una situazione così difficile ma al tempo stesso non vuole smettere di stare vicino al genitore in una malattia che porta per molti versi a invertire i ruoli.

Siamo comunque di fronte a una commedia e il testo, così come la regia di Maccarinelli, conservano tutte le caratteristiche del genere a partire dalle scene di Gianluca Amodio e le luci di Umile Vainieri che diventano grandi protagoniste nella scena finale. Non mancano le risate pirandelliane che spingono ugualmente alla riflessione senza mai mancare di rispetto a ciò che l’Alzheimer procura. Uno spettacolo che da un lato aggiunge alloro alla grande carriera di Alessandro Haber dall’altro innalza la penna di Florian Zeller inserendolo a soli 39 anni nella lista dei principali commediografi contemporanei.

Ivan Filannino

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