Recensione: “Il nulla (The void)”

il nulla

Due file di sedie delimitano i lati del palcoscenico, cinque attori seduti in penombra aspettano l’ingresso del pubblico in sala. Il Nulla, titolo di questo spettacolo in scena al teatro Out Off, è visibile nella scelta di una scena pressoché spoglia. Nella regia di Massimiliano Cividati sono pochi gli escamotage formali; è tanta invece la fiducia accordata all’interpretazione degli attori nel dispiegarsi dei contenuti.

Tracciare una linea retta è impossibile, e non renderebbe giustizia a questa creazione che si sviluppa invece con un moto circolare. Tutto infatti ruota intorno al tema della memoria e del meccanismo di rimozione. Una voce di donna registrata lo spiega in maniera scientifica: la funzione di quel sistema il cui ruolo è immagazzinare informazioni nel nostro cervello. Bisognerebbe soffermarsi più spesso a rifletterci, alle cose che ricordiamo e a quelle che dimentichiamo, ai relativi perché e per come. Anche se il rischio è di sprofondare nel patologico. È preferibile allora lasciare che la memoria funzioni come meglio crede. A noi, al massimo, il merito di tenerla allenata ed elastica.
A questo spettacolo invece il merito di riuscire a riflettere sulla memoria evitando l’effetto introspettivo e paranoico, ma anzi strappando più di un sorriso in sala.

La sua costruzione è analoga al modo in cui le informazioni provenienti dall’esterno impattano il sistema umano: alla rinfusa, senza un ordine di priorità, di gravità o di contenuti. All’uomo, l’arduo compito di attutire ogni colpo e limitare i danni. Allo spettatore, quello di sovrapporre i vari frame dello spettacolo e immaginarne i legami. Costruzione funzionale e necessaria, quella operata dalla regia, alla quale imputerei come unica pecca quella di una eccessiva prevedibilità, dettata per lo più dalla ripetizione di un sottofondo sonoro e di una dinamica spaziale che si ripropone durante i passaggi tra un tassello di mosaico e l’altro.

Ben più variegati sono invece i temi, tra i più comunemente traumatici: malattia, morte, abbandono, tradimento, violenza…La cui forza in questo caso è proprio quella di essere prevedibili, noti a tutti, quasi scontati. Ciò che invece scontato non è, è la forma sotto cui si presentano agli occhi dello spettatore. L’utilizzo del corpo degli attori la fa da padrone, e trova declinazioni diverse: talvolta è l’uso di una sensibilità clownesca, altre volte si avvicina più a una visionarietà performativa, o all’eccessivo grottesco, altre ancora sfiora il confine di un linguaggio tipico della danza. In generale, la resa utilizza come chiave di lettura il simbolo piuttosto che la didascalia, il non detto e l’associazione per immagini piuttosto di una forzata inoculazione di significati.

Il risultato è uno spettacolo delicato e accurato, come la mano di un chirurgo. Agire sul cervello umano non è da tutti, andare a sondare i meandri della memoria nemmeno. Per questo, è un lavoro che merita di essere visto, anche solo per l’ambizione dei suoi intenti. E per l’empatia che mette in circolo, perché ci ricorda quanto banali e comuni siano le vite di tutti, e quanto straordinario invece il modo in cui le affrontiamo. Come la memoria costituisca un’arma a doppio taglio, che ci aiuti a evolvere o che ci nasconda nell’armadio gli scheletri. Come, in ogni caso, sia necessario conviverci , con il massimo della leggerezza di cui questo spettacolo è capace.

Alessandra Pace

 

 

 

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