Recensione: “Il mare in tasca”

il mare in tasca

Milano, fino al 3 febbraio in scena a Campo Teatrale “Il mare in tasca”, la celebre piéce di César Brie del 1989. Il testo, scritto e diretto dall’artista, si presenta come un monologo di circa un’ora dell’attore argentino.
Il teatrante, ateo, si risveglia inspiegabilmente nei panni di un prete per volontà di Dio, con cui dialoga per l’intera rappresentazione.
Fin da subito è chiaro l’intento umoristico e al contempo spiazzante di Brie, che interagisce con una divinità alla quale pacatamente dichiara di non credere, senza badare all’impasse che tale affermazione comporta.

Come si presenta Dio secondo Brie? Dio è regista della scena. È una voce imperante: la sua volontà è legge, e al prete non resta che obbedire. Ma la voce che il pubblico sente appartiene a Brie stesso, che interpreta entrambi i personaggi. E allora, forse il dio che l’attore ci mostra, non è altro che un’estrinsecazione della sua coscienza, che, bisognosa di esprimersi, emerge prepotentemente mascherandosi da essere onnipotente.

Ma di cosa discutono i due per un’ora? Dell’amore. O almeno, questa è la dichiarazione di intenti del César prete. Il César artista, invece, è consapevole che il vero fulcro dello spettacolo è una lettura interiore che fa di se stesso, una psicanalisi del suo subconscio, veicolata grazie al ricordo di alcuni eventi chiave del suo passato, mostrati al pubblico da un ironico e strampalato prete.
E allora il confuso flusso di coscienza del sacerdote acquista immediatamente senso: il pubblico può vedere nel nastro blu che prende dalla sua tasca una sottile corda che rappresenta un mare che separa la sua infanzia dalla sua adolescenza.

L’enorme abito bianco che sovrasta il palco diventa il simbolo del fardello che rappresenta per l’attore il matrimonio della madre, fallito dopo un bagliore di felicità. Il riso sparso per il palco aumenta il senso di rassegnazione, mentre il prete celebra la sua messa, offrendo al pubblico una mela da addentare, simbolo del suo profondo atto di condivisione di sé.

Ultima metafora del monologo è la porta, che rappresenta la morte, ovvero, per l’attore, la fine dello spettacolo.
Brie, con la sua esibizione magistrale, mescola i generi e gioca con gli spettatori, unendo momenti intensamente riflessivi e drammatici a pillole di comicità leggera e autoironica.

Il monologo è supportato da una scena spoglia, guarnita solo di oggetti dal forte valore simbolico, i cui significati vengono descritti dall’attore durante il suo percorso di approfondimento dell’io. Immancabile notare come la disposizione di tali elementi scenografici passi dal maniacale ordine iniziale al caotico assemblaggio della fine: il palco cosparso di riso, una bottiglia svuotata sul pavimento di legno, una colomba posata su un mobile. Il disordine finale funge da liberazione: finalmente tutto il caos nella mente dell’artista è stato estrinsecato. Il prete può uscire di scena.

Jasmine Turani

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