Recensione: “Il Maestro e Margherita”

il maestro e margherita
foto Guido Mencari
  1. C’è un’intuizione immediata appena la scena si apre, forte e volutamente prepotente si impone alla vista come una violenta spruzzata pollockiana di colore, insistente più del dolore cartesiano al ginocchio del diavolo, è il nero, l’imperativo di un “paint it black” bisbigliato idealmente all’orecchio del regista Andrea Baracco. Lo stesso ha il merito di aver inscatolato la vicenda in una wunderkammer, in una camera oscura, in un luogo celebrale, acceso dall’elettricità di sinapsi, cellule illuminate da visioni che lentamente deragliano e tagliano la testa al razionale come viene recisa quella del personaggio di Berlioz, estrema grottesca propaggine della purga stalinista che fa il filo alla lama giacobina.

Sono anche lavagne le pareti sulle quali poter scrivere dazibao, o impossibili ghirigori ed arabeschi di un pensiero che gira su stesso nella selva oscura della Mosca degli anni ’30. Il diavolo, visto che gli ultimi dei, più che ex machina, sono rimasti in machina, nelle fabbriche, tiene le fila della vicenda, invece che risolverla, si diverte ad ingarbugliarla ulteriormente, e cerca disperatamente, rovesciando l’assunto tragico, di spingere l’uomo verso la hybris, ma al maestro, nella società iperbolicamente burocratizzata ed intruppata, non rimane che il ridotto di resistenza della follia per bruciare, anche letteralmente, gli ultimi fuochi delle sue visioni. Il divertimento estremo del maligno è quello di inoculare un farmaco metafisico alla Mosca bolscevica, una medicina con un effetto tutt’altro che oppiaceo, semmai vitalizzante, si diverte a rovesciare, come una palla di vetro, il socialismo reale, per trasformarlo in individualismo irrazionale, irriducibile alterità che viene percepita dall’establishment come monade impazzita. E’ comico ed insieme struggente osservare questi travet stalinisti a cui viene rovesciata la pelle sociale, straniti e straniati, sembrano preferire l’orrore della normalità a quello seducente del sabba. All’interno della vicenda, in un gioco di “der spiegel im spiegel”si incastona la storia di Pilato, l’impossibile romanzo del maestro, alter ego di Bulgakov, che ottiene udienza e, forse, un più attento ascolto da parte del funzionario imperiale, piuttosto che dall’ottuso funzionario stalinista. E fatalmente le libbre di carne umana, solo un po’ più a sud dei santi e del cuore, compongono tableaux vivant caravaggeschi, nei quali i corpi sono la luce che si affaccia dalla tenebra.

Ma questo diavolo che ride pervicacemente dietro la faccia infarinata, appare come il re del paese triste e piovoso di Baudelaire, ammantato di uno spleen sottile, s’agita e muove abilmente i fili dei burattini scenici, per poi dover obbedire, sotto finale, al rappel à l’ordre di Matteo Levi, e, suo malgrado, accettare lo scioglimento dei nodi della vicenda. L’attore che interpreta questo sulfureo personaggio, Michele Riondino, gratta una voce al catrame in grado di rendere per la platea irresistibile la simpathy for the devil, è agile e felino a pari del Malcom McDowell di Cat People, punteggia i suo fonemi con l’immancabile bastone che sorregge il suo tedium vitae. Il maestro, incarnato da Francesco Bonomo (che si sdoppia anche nel ruolo di Pilato), bagna il calamaio della sua laringe in un rude ed insieme dignitosa tristezza, è un vinto che non ha più lacrime con cui bagnare il cuscino,ma ha ancora una manciata di pugni per gli ultimi fuochi pirotecnici esistenziali.

Federica Rosellini, nel ruolo di Margherita, passa con agilità, facendo le scale diaframmatiche a due a due, dalla virginale Margherita, che appare come un ritratto di Elizabeth Siddal, icona della pittura pre-raffaelita, alla strega ossessa, pronta a bere sangue bollente da amletici teschi. Riesce, nel finale, a conquistare una calma buddhica, zen, una sintesi hegeliana-esistenziale, sembra un personaggio del teatro Noh, ogni suo gesto diventa ieratico, definitivo. Nel duplice ruolo del poeta Ivan e di Ieshua, troviamo l’attore Oskar Winiarski che riesce nell’impresa di trasmutare l’accento straniero in una sofferta ricerca di riconoscibilità. Tutti gli altri interpreti sono i riusciti colori vivaci di un quadro espressionista cangiante, in grado di offrire una contropartita cromatica alla pellicola nera della scenografia. Se dio non gioca a dadi lo può fare il diavolo, utilizzando magari quelli truccati, per far perdere sempre il banco, almeno per il tempo della rappresentazione.

La capacità in sintesi del regista Baracco è certamente quella di mostrare quanto l’opera di Bulgakov, attraverso la sapiente riscrittura della dramaturg Letizia Russo, non mostri in scena nemmeno una ruga, non soffra dell’imprevista senescenza di altre drammaturgie, e sia invece un disperato atto d’amore dell’uomo, ovvero dell’Epicuro lucreziano con lo sguardo ostinatamente puntato verso il cielo, mentre si trova a carponi immerso nella terra e nel fango. Può persino trovare la complessa complicità, l’odi et amo di un povero diavolo, ricco di trucchi di prestidigitazione, che vuole la testa di Berlioz con la stessa imperiosa malinconia con cui il Caligola camusiano desidera la luna, in vena di far festa a Mosca, una delle ultime sere di Carnevale, prima che l’altra festa leopardiana, insieme sua e della platea, ch’anco tardi a venir non gli sia grave.

Danilo Caravà

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