Recensione: “Il leone del ’43”

leone

L’11 e il 12 maggio, presso lo Spazio Banterle di Milano, Chiara Magri, del “Teatro del Vento”, con la regia di Stefano Randisi, ha portato in scena “Il leone del ‘43”, uno spettacolo sulla linea del Teatro della Memoria, volto a ricordare, mediante la narrazione di tre episodi realmente avvenuti, i bombardamenti che hanno colpito Milano nel 1943.

«È un omaggio alla mia famiglia». Questo dice la Magri, che avrebbe potuto limitarsi a raccontare i fatti che riguardavano il suo prozio e sua nonna, all’epoca residenti a Brera, per incuriosire, affascinare e far pendere dalle sue labbra un pubblico bramoso di storia. Ma così non ha fatto: il lavoro dietro la stesura della drammaturgia de “Il leone del ‘43” è stato un attento studio che è partito dal sentimento scaturito nell’attrice dalle storie tramandate dalla sua famiglia e che è proseguito con lo sviluppo e l’estrinsecazione di tale sentimento mediante le storie di terzi. Tre personaggi di età molto diverse fra loro: una bambina, un’anziana e un’ostetrica di mezza età, tutte reali testimoni dei bombardamenti del ’43 e tutte con una forte storia da divulgare.

Testimonianze crude di vite che oggi sembrerebbero al limite, ma che all’epoca rappresentavano la normalità per molti. Vicende di persone oppresse, schiacciate dal forte peso del Fascismo, ma con la volontà di non piegarsi, con la grinta per continuare a vivere. Questa stessa grinta si è rivista in una figura chiave dello spettacolo, un leone. Si, perché a quell’epoca, nei giardini pubblici di Porta Venezia, c’era uno zoo ed in una delle gabbie c’era un leone, che ruggiva e si agitava ogni qual volta avvertiva il pericolo dei bombardieri prima che l’allarme suonasse, permettendo a molti di mettersi al riparo nei rifugi. Il leone appare in tutti e tre i racconti, finché nell’ultimo non ci dà un’esplicazione forte del suo reale significato: la forza. E infatti le tre donne, impersonate in maniera caldamente sentita dalla Magri, con un’immedesimazione che ha permesso al pubblico di tastare con mano le esperienze di cui narrava, affrontano stupri, bombardamenti e addirittura si ritrovano a dover far nascere un bambino in un bunker, da sole, senza alcuno strumento e riescono a sfuggire ai pericoli solo grazie alla loro determinazione.
La memoria degli eventi è stata aiutata anche dai costumi, ricalcanti meticolosamente il periodo storico citato, e da alcuni oggetti di scena, come la radio d’epoca, che ci riportava, ogni volta con una musica diversa, ai ricordi di un personaggio o dell’altro. L’immedesimazione è stata facilitata anche da trovate scenografiche interessanti, come le grucce utilizzate come se fossero delle croci, ricordanti i caduti, o i manichini, simboli di ricordi turbolenti, che rivestivano abiti di coloro che, a differenza delle protagoniste, non ce l’hanno fatta.

Grazie a Chiara Magri, la Memoria ci viene tramandata nello spazio intimo e raccolto del teatro Banterle, come se fosse un cimelio delicato ed un onere di pochi, che scelgono e vengono scelti per farsi carico di una molteplicità di ricordi di singoli individui che nella loro totalità ci permettono di ricostruire un tassello di storia di una Milano lontana, in anni che è opportuno ricordare il più a lungo possibile, nelle volontà di coloro che sentono il dovere di perpetuare un importante ricordo.

Jasmine Turani

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