Recensione: “Il generale”

Il generale
foto Stefano Cantini

Se il re di Ionesco muore, anche questo generale non si sente troppo bene, è riuscito, infatti, a farsi contagiare dalla febbre del paradosso, e, coerentemente incoerente, al pari del banchiere anarchico di Pessoa, porge l’altra guancia all’arte della guerra di Clausewitz. Deve esserci una Musa speciale, dedicata al surreale, che ha ispirato il giovane drammaturgo Emanuele Aldrovandi, il quale, scena dopo scena, fa il filo al suo personalissimo rasoio di Occam, affilato quanto quello di Woyzeck, ed in grado di tagliare la gola al bon sens cartesiano in un oplà. Non basta un comma 22 a fermare l’alto ufficiale, mandato a combattere ossimoricamente in una missione di pace contro i selvaggi, trova nel suo cuore di tenebra la “mitragliatrice calva” per falciare con l’assurdo le ultime sacche di resistenza della razionalità.

Regalare al nemico i mezzi corazzati, minare un po’ qua ed un po’ là, far combattere l’esercito contro se stesso, appare come l’esercizio di una logica bellica che si torce su stessa più della colonna vertebrale di un tennista dopo una lunga carriera, equivale a giocare una tragica partita a risiko truccata, che funziona all’incontrario, in cui si vince se si perde. Dietro al desiderio di esprimere una fratellanza universale, di chiedere al nemico il disonore delle armi, c’è un metodo nella follia, che certificherebbe lo stesso Polonio, e questo raisonneur al rovescio, trovato dietro lo specchio dell’opinione pubblica e dei mass media, riesce a dinamitare l’apoditticità militare, la linea gerarchica ed insieme la linea di comando che hanno la pretesa di dedursi una dietro all’altra come teoremi di geometria, malati sistemi teologici-cosmologici, in cui il generale è l’Uno da cui tutto ha origine, motore immobile che decide di invertire il senso di marcia dell’universo. L’attacco all’illuminismo, alla ratio ed al libero arbitrio che porta con sé come bagaglio ideologico, è un fine gioco in cui sembrano rivivere i dialoghetti di Monaldo Leopardi, il suo spiegare a Pulcinella i potenziali danni della nuova libertà rivoluzionaria, ed ancora si ha l’impressione di osservare i perplessi protagonisti della novella verghiana “la libertà”, i quali, dopo una sanguinosa jacquerie che ha tolto di mezzo i notabili del paese, si domandano cosa fare.

Il pensiero codino, da ancient regime, sogna la pace e prepara la guerra, cerca l’umano con la lampada di Diogene, ma si spegne quasi subito, percepisce il proprio limite, il proprio socratico sapere di non sapere, e per questo autoboicotta la sua missione come l’hal di 2001, in un’estrema acrobazia di razionalità, realizza se stesso con la sua autodistruzione, deducendo, more geometrico, il teorema di Godel nella sua versione militare, la guerra non può dimostrare con i propri mezzi la sua coerenza, ma almeno potrà certificare la propria convinta incoerenza. L’attore protagonista, che è anche regista della piece, Ciro Masella, trova il giusto registro di recitazione, e fa andare su di giri il proprio motore timbrico, fino all’estremo limite dell’istericizzazione, trovando un’ideale sovrimpressione con la vocalità di Agus. Riesce anche a farsi daimon socratico, a pungolare, come un tafano, i suoi sottoposti alla ricerca di un lampo di vita autentica. Michele di Giacomo è il tenente, il sottoposto del generale, e riesce a far vivere con fonemi straniti e madidi dell’esercizio mentale a cui sono costretti, la perplessità che si adegua ad un fideismo estremo, secondo il quale anche se la verità fosse da un’altra parte, gli ordini, seppur assurdi e bislacchi, vanno immancabilmente seguiti. La sua tardiva ribellione è l’ultimo giro manovella di un servo meccanismo che non vede al di là di se stesso. Marzia Gallo è il soldato che si ribella, in grado di comprendere l’abisso egoico dell’impossibile sogno di fratellanza del generale, e dà alla sua recitazione il fiato di un urlo munchiano soffocato dalla sordina dell’atterrimento, dello sbalordimento. L’intuizione di una scenografia metallica, che ha il suo punto di forza nell’incombente palma, che a volte si muove per diventare longa manus pronta ad afferrare e stritolare gli ultimi resti di ragionevolezza, è in grado di restituire l’abominevole esperimento social-militare in cui il cuore è anestetizzato, anzi sostituito dall’acciaio lucente, da un pensiero vincolato più che alle leggi della robotica, a quelle di Macchiavelli.

Questo generale più che starsene marzialmente sulla collina crucca e assassina, sembra piuttosto il matto beatlesiano on the hill. Il suo incontro con il nemico, che avviene in un buio pressoché totale, in un finale di partita dove si consumano, in rapidissimi lampi di luce, gli ultimi passaggi elettrici fra le sinapsi, sembra riprodurre il crescendo del dialogo ioneschiano della vittima con l’assassino, tutto sembra vano, il desiderio di gloria del generale non giungerà fuori dalla porta, farà anche meno strada del messaggio dell’imperatore kafkiano. L’ultimo colpo di pistola ha la parvenza di una legge orwelliana, secondo cui tutti apparteniamo all’umanità, ma qualcuno sembra avere più diritto di altri a questa definizione. Il Leviathano di Hobbes si leva la maschera nel finale per riportarci alla chiusura del cerchio dell’uroboro, del serpente che si morde la coda, del primo nemico che è lì, immediatamente disponibile, di fronte ad uno specchio.

Danilo Caravà

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