Recensione: “Il cielo non è un fondale”

il cielo non è un fondale
©Dietrich Steinmetz

Nella letteratura di fine Ottocento, ma anche nei primi film di inizio Novecento, parlare di argomenti ritenuti immorali o socialmente non condivisibili era un tabù. Il tutto diveniva però lecito, se posto all’interno di una cornice narrativa di irrealtà: il sogno, l’ubriachezza, il mondo del circo o comunque dei ceti “emarginati” dalla classe borghese e la visione infantile erano i contenitori più riempiti per affacciarsi in maniera perbenista a tematiche scomode.

“Il cielo non è un fondale”, di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, in scena al Piccolo Teatro Studio Melato dal 2 al 6 maggio, riprende, a distanza di un secolo, quella tradizione, partendo proprio da un sogno, quello di Tagliarini, in cui la Deflorian era una senzatetto e lui, pur avendola riconosciuta, non l’ha aiutata. Questo primo racconto, questo primo sfogo dell’attore che rivela che in realtà lui non voleva aiutarla, perché pensa che per lui non sia giusto, che lui ce l’ha fatta con le sue gambe e non vede perché debba aiutare lei, che invece sta lì a terra, dà il via ad una lunga serie di confessioni intime da parte di tutti i membri del cast. Tutti i pensieri, privati, solitamente nascosti, perché imbarazzanti, o perché socialmente inaccettabili, riprovevoli, discutibili, vengono a galla. E tutto questo è permesso perché… Perché tanto stiamo ancora sognando, giusto? Possiamo permettercelo, per quest’ora e mezza, di essere noi stessi e lasciare fuori i perbenismi, vero? Il pubblico è felice di questo e lo si capisce perché ride, di gusto, con una risata di liberatorio consenso. E così, Francesco Alberici ci rivela che lui una volta ha fatto l’elemosina e ha dovuto subito dirlo a qualcuno perché sentiva il bisogno di vantarsi del suo gesto, mentre la Deflorian ci rende partecipi dei suoi pensieri riguardo alla sua età e sul raggiungimento dei suoi obiettivi lavorativi e al contempo Monica Demuru ci delizia con la sua tenera voce cantandoci “La domenica”, di Giovanni Truppi, rendendoci ancora più ridicoli agli occhi di noi stessi, facendoci divertire con le imposizioni che ci siamo dati da soli.

Questo genere di confessioni, unito ad una recitazione molto, forse troppo, naturale, aiutata dai microfoni ad archetto, di cui ci si domanda la reale necessità, richiama fortemente la stand-up comedy americana degli ultimi vent’anni, di cui un esempio su tutti è il monologo di Louis Ck: «Ognuno di noi nel cervello ha una sfida tra pensieri buoni e cattivi e spera che i primi prevalgano. Io li ho sempre entrambi: ho la cosa in cui credo, la cosa bella, la cosa giusta in cui credere, e poi c’è QUESTA cosa, e non credo in essa, ma l’idea c’è! C’è sempre quella cosa e QUESTA cosa. Sono diventate due categorie di pensieri nel mio cervello che chiamo “Naturalmente” e “… Ma forse?”».

il cielo non è un fondale
©Dietrich Steinmetz

L’atmosfera prevalentemente onirica è sottolineata anche dai costumi, tutti sulle tonalità del nero e del grigio scuro, estremamente neutri, al fine di aiutarci ad immaginare le varie situazioni che ci vengono narrate, e dalla scenografia minimalista: un fondale nero che si sposta e dei caloriferi. Essenziali, ma ben pensati, nelle loro collocazioni e senz’altro funzionali. Anche la continua liason tra argomenti fra loro sconnessi porta ad un’atmosfera di irrealtà e incanala la performance verso la direzione dello studio teatrale, quasi dell’improvvisazione: movimenti, gesti, occupazione degli spazi… un laboratorio di recitazione esternato, reso visibile al pubblico, invece che nascosto.

Il tema centrale di tutte le confessioni resta la vulnerabilità e la messa a nudo di colui che ce le comunica e di ciò si ha il maggiore tornaconto alla fine, quando la Deflorian ci parla del suo attaccamento verso il termosifone di casa, che per lei è un calore che trasmette sicurezza, fin dalla tenera infanzia, quando all’asilo non sapeva con chi giocare.

Uno spettacolo assieme leggero e profondo, introspettivo e universale, che mette a nudo i pensieri più intimi dei singoli, e proprio per questa caratteristica capace di arrivare a tutti, permettendoci di rivedere noi stessi in quei ragionamenti.

Jasmine Turani

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