Recensione: “Il buco”

il buco
foto Laila Pozzo

Il titolo è chiaro, la scenografia coerente: un grande buco sulla parete del fondo. Resta da scoprire agli spettatori di Campo Teatrale quale sia il simbolo di questo vuoto, cosa si cela dietro lo spazio scenico così diviso tra il visibile e l’appena ipotizzabile.

Ciò che è possibile percepire fin da subito è che questo spettacolo non è calato nel presente, nemmeno nel futuro, ma in un non tempo senza confini, e in uno spazio metaforico privo di appigli sicuri. Così come non ne ha l’attore, Marco Colombo Bolla, che entrando in scena registra la sua voce annotando sensazioni e certezze riscontrate in un viaggio che non si sa da quanto tempo duri né quale meta si sia prefissato. Ha con sé un grande cilindro cavo che lui chiama casa e dei barattoli di vetro pieni di luce e di stracci di carta, pizzini in cui ha raccolto le parole che lo hanno accompagnato nel corso della vita, spiega, dividendole in parole pesanti, aspre, e parole dolci. Intimorito e con la voce tremula, procede nel suo vagare come se non fosse la volontà di scoperta a muoverlo, ma la paura da cui si allontana a spingere i suoi passi. Paura non definita, ansia, la si potrebbe chiamare, quella che chiunque fuori dal teatro può sperimentare e dalla quale, ci si augurerebbe, il teatro può sollevare. Per gli spettatori di questa creazione collettiva di Marta Annoni, Marco Colombo Bolla e Lia Gallo invece non c’è speranza né sollievo. Ma solo un pantano nero e putrido in cui rimanere appiccicati, come la voglia di correre e l’impossibilità di farlo dei peggiori incubi in cui il nostro inconscio si imbatte. Incubo che trova forma nella figura animalesca senza voce e senza sesso che viene fuori dal buco. Ha i panni di una donna, quelli di Marta Annoni, ma si mostra come un’entità indefinita che rimane tale per la maggior parte della durata dello spettacolo. Il viaggiatore timoroso e la donna animale si incontrano, si scontrano, combattono per il mistero contenuto nei barattoli come fossero tozzi di pane, ma lo spettacolo procede come un monologo ridondante e metaforico in cui l’attenzione si catalizza più nella ricerca dei tanti perché che sul reale tema verso cui questa creazione vorrebbe convergere. Per esempio perché ci sono due attori in scena che non trovano un codice di comunicazione da condividere. Perché la voce della donna-animale è contenuta come registrazione audio che viene fuori da un barattolo e lei si esprime in grugniti, quando sotto gli occhi di tutti è chiaro che lei sia una donna, non un animale. Perché il loro struggimento è così grande eppure nemmeno una delle loro parole riesce veramente a oltrepassare il palcoscenico e toccare una platea fatta di uomini in carne e ossa che non parlano per metafore, né per grugniti.

L’aspirazione che vorrebbe dare voce al male di vivere, ai “buchi” di cui l’anima di ognuno di noi è costellata e che rappresentano le mancanze, i traumi, le paure, non trova in questo spettacolo una traduzione scenica e dialogica che possa trasmettere ciò di cui tutti in platea hanno fatto esperienza, in una lingua che sarebbe congeniale all’ampia diffusione del tema trattato, una lingua quotidiana, semplice. Perché ciò di cui si parla è già sufficientemente complesso, è l’animo umano e le sue storture, allora a che vale ingarbugliarlo ancora? Perché andare a teatro per trovare liquido nero che cola su un corpo sacrificale quando ognuno degli spettatori ha già nella vita sabbie mobili da cui divincolarsi? Se da quel buco fosse venuta fuori una mano illuminata protesa per stringere altre mani, decine di spettatori crederebbero ancora che il teatro è salvezza.

Alessandra Pace

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