Recensione: “I me ciamava per nome: 44.787”

i me ciamava per nome
foto Wanda Perrone Capano

Ha decisamente ragione Freud, le parole erano originariamente incantesimi, ed hanno conservato quella magia, quella potenza, ma quelle di Sarti hanno qualcosa in più, qualcosa che nemmeno il padre della psicanalisi aveva immaginato, hanno il carattere della necessarietà, hanno insieme la semplicità e la forza del gesto del pane spezzato, della condivisione di una memoria che va tenuta viva, di un’etica che ha l’odore della carne e del sangue, della testimonianza storica che brucia come una ferita aperta. Come uno di quei giornalisti di un po’ di decenni fa, con la macchina da scrivere sulle ginocchia, una vecchia e fedele lettera 22, batte furiosamente le parole di questo testo e le restituisce in forma di verbo teatrale, in un singolo fiato, ci fa stare tutte le parole possibili, non spreca nemmeno uno spicciolo del proprio respiro, si fa cronaca, cronaca serrata dell’orrore accaduto nella risiera di San Sabba e negli altri campi di sterminio, inchioda gli spettatori nel paesaggio tragico evocato da quei fonemi, perché si consideri che tutto ciò è accaduto.

Lo spettacolo si apre con l’elencazioni dei morti, ed ogni nome è uno schiaffo voluto, indispensabile, al torpore, all’indifferenza papaveracea, al daltonismo etico, che non si interroga, che troppo spesso dimentica, ed insieme è una pietra depositata su una tomba giudaica, un rito funebre di omaggio, affinché la memoria si faccia cosa salda, dura, qualcosa che faccia resistenza nelle mani, che si possa afferrare, come un sasso appunto. E’ una piece, questa, in grado di dimostrare che il male non è solo banale, come ci ricorda la Arendt, ma, ancora peggio, assume il carattere della normalità, di quella norma, di quella squadra con cui si misurano gli angoli retti, o i crani degli esseri mani alla ricerca di chissà quale lombrosiano destino morfologico. E quel male raggiunge il massimo della tragicità quando abbraccia l’efficienza della catena di montaggio taylorista, all’alienazione della disumanizzazione e della violenza aggiunge quella evocata da Marx, nella vertigine di questo delirio storico la reificazione dell’uomo, la sua riduzione a merce di consumo, raggiunge il suo punto limite nelle camere a gas, dove l’anima viene strappata non meno ferocemente dei denti d’oro. Fanno male questi fonemi, e questo inferno, così vicino perché sartrianamente compreso nel cerchio di tutto ciò che umano, e in un attimo può diventare disumano. Ad accompagnare Sarti ci sono tre voci, un coro tragico, che si alterna, che regala una seconda vita alle scene di terrore e miseria della Risiera di San Sabba, un coro che si emoziona con sincerità, che sa di maneggiare una verità importante, un dolore umano che rende testimonianza di sé alla luce fioca di una cella angusta, in cui scrivere una lettera d’addio, in cui soffiarsi addosso reciprocamente ancora un po’ d’anima, da muro a muro per potersi pensare, per potersi credere ancora, nonostante tutto, esseri umani. Nicoletta Ramorino ha, nella sua vocalità, la carezza d’Ecuba, l’abbraccio delicato della persona agée, che, quando abbraccia, lo fa piano perché ha paura di far male, di ferire ulteriormente ciò che già troppo è stato ferito.

Posa delicatamente in platea le parole, come se fossero creature di cristallo, e le mette tra le mani della platea, sfiorandole con le sue mani verbali. Il suo racconto della maternità in un lager femminile, di quel bellissimo fiore fragile e malaticcio che sfiorisce ancor prima di sbocciare, è quello di un Astianatte la cui fine rende muti persino gli dei. Ernesto Maria Rossi pone la sua voce importante, la sua laringe d’ottone, al servizio della musica delicata di questa drammaturgia, e i suoi fonemi stessi sembrano testimoniare l’emozione immediata, senza filtri o sordine, del bambino. E la sua voce umica, calda, palatale, è un aedo con gli occhi pieni di commozione.

Irene Serini bagna il suo delicato sorriso vocale in una struggente malinconia, e racconta la tragedia attraverso la soggettiva del femminile, di uno sguardo che dona al paesaggio drammaturgico quella luce unica ed irripetibile, avvolgente, materna, anche in mezzo all’evocazione di questa tempesta di malvagità, che solo una donna può dare, mettendo al mondo parole che pesano quanto un mondo. Non lo si chiami semplicemente teatro narrativo questa forma di spettacolo, non lo si denomini semplicemente teatro civile, ma teatro di civiltà, teatro che deve vivere nell’agorà, in ogni luogo, che deve battere come una campana a martello per richiamare tutta la cittadinanza, per tenere sempre viva la fiamma del ricordo, perché lo sdegno di fronte alle immagini proiettate di quei colpevoli, di quei responsabili, che, ad anni di distanza delle loro colpe, spillano tranquillamente birre, cercando di nascondersi nel discreto anonimato della borghesia, non si spenga mai. Il rischio dato dall’oblio, ed insieme dall’indifferenza, rischia infatti di essere il primo segno del contagio di un virus spirituale, in grado di disumanizzare, di fare di un nome, ovvero l’ultimo ridotto di resistenza di ciò che definiamo umano, un numero, una cosa fra le cose. Gli applausi finali rappresentano la calda rispost che la platea restituisce al palcoscenico, attraverso la quale testimonia di aver compreso l’urgenza del messaggio.

Danilo Caravà

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*