Recensione: “I malvagi”

i malvagi

Una danza per anime dolenti avvolte dalla penombra. La ricerca di un’espiazione che avviene quasi sempre a lume di candela. Questo è in poche, pochissime battute, I malvagi della compagnia Katzenmacher di Alfonso Santagata. Chi è poco incline alla lettura di Dostojevskij di sicuro ne esce rivitalizzato è desideroso di riprendere in mano le opere miliari. I demoni, Delitto e castigo, Memoria di una casa morta.

Nella splendida cornice del teatro La Cucina le anime camminano avanti e indietro, in modo forsennato, continuo, frenetico. Urlano i loro nomi, si cercano, si chiamano. Gridano i loro slogan e le loro preghiere. Che siano slogan vuoti o liturgie private del loro sincero valore restano di fatto, in entrambi i casi, generati da un tempo del tutto privo di una guida politica e ideologica stabile, in cui i valori secolari fondanti della società vacillano con l’avvento di nuove politiche, di nuovi modi di intendere l’essere umano. Camminano in penombra o, forse, sarebbe meglio dire che camminano nell’ombra, ma ciascuna di loro cerca di farsi luce come può.

Dostojevksij non perdonava nessuno all’epoca in cui viveva. E del suo pensiero quantomeno,
sembra essere lo stesso Santagata. Quantomeno sembra volerlo rispettare e riportare il più possibile, componendo una regia a dir poco essenziale, che avvolge lo spazio di quei soli chiaroscuri illuminotecnici indispensabili a dar supporto all’inferno Siberiano (in questo la cornice strutturale dell’ex Paolo Pini fa già metà del lavoro) in cui si muovono i suoi attori. Si mette integralmente nell’ottica dei testi originali, Santagata. I personaggi, che siano rappresentanti del clero o di organizzazioni socialiste, comuniste o nichiliste, soffrono una drammaturgia che li penalizza in partenza. Il loro inferno è che non se ne rendono conto, e questo li lascia al destino dell’incontro fortuito o, più giustamente, dello scontro. Il testo impoverisce le loro parole, le rende grottesche, sia che siano invocazioni a Dio o frasi urlate in un megafono durante un corteo contemporaneo. La scelta registica sembra proprio voler concedere loro la stessa efficacia di un #trendtopic, inevitabilmente destinato ad essere un fuoco di paglia. Tutto è fanatismo, tutto è privo di risonanza.

In questa danza di anime, spicca certamente quella Raskol’nicov. Un corpo malato della Russia in via di degenerazione cui apparteneva Dostojevskij, un autore che era stato condannato al patibolo (e poi graziato in un ergastolo siberiano) per le sue simpatie verso il socialismo francese, che viveva nei suoi anni gli esperimenti della comune di Parigi. Raskol’nicov è un’anima che vive un conflitto tra voglia di fare del bene alla società, estirpandone le erbacce, e la ricerca costante di un’espiazione per le sue azioni, di una bibbia da stringere tra le mani. Un conflitto lacerante a tal punto da condurlo alla pazzia. Icona del fatto che concetti come bel pensiero e bontà fossero già estremamente relativi. Non distingue tra bene e male, tra buoni e cattivi. Distingue tra uomini ordinari e uomini straordinari: “I primi sono destinati ad obbedire. Ma non ne soffrono, li hanno fabbricati così. I secondi devono infrangere le regole, hanno il dovere di far progredire la società”.
Lui, come altri, commette atti necessari a rompere gli schemi della normalità.
Del resto la sua prima battuta pronunciata in scena recita: il giusto perisce e nessuno se ne cura.
Suona quasi come una auto assegnazione.

Chi sono i malvagi, dunque?

Dario Del Vecchio

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