Recensione: “Heartbreak Hotel”

heartbreak hotel

Il fascino discreto dello spritz

heartbreak hotelLa storia di (dis)amore dei due protagonisti mi ha ricordato la massima della psicanalista Lacan : “l’amore è dare qualcosa che non si ha a qualcuno che non la vuole”. Tutto il racconto, in bilico tra Strindberg ed un quadro-fumetto di Lichtenstein, è un susseguirsi di atti mancati, di parole rarefatte, di silenzi gravidi di significazione, ovvero di una psicopatologia della vita quotidiana che sembra proiettarsi in una cupio dissolvi, nelle frequenti dissolvenze tra i luoghi essenziali, più spazi mentali che fisici, inquadrature close-up da graphic novel, dove lo spazio è definito dalla distanza dei due personaggi ,nonché dalla musica di un chitarrista, che scrive con il suo plettro la punteggiatura dei dialoghi. Riuscita intuizione registica è il momento in split –screen della doccia di lui, ed primo piano di lei, dove la verità dell’abisso sta a meno di un passo.

Aleggia lo spettro dell’Altro su tutta la storia, una presenza inconscia, un nero che dipinge i contorni degli stretti recinti di luce in cui sono confinati i personaggi, apparentemente esorcizzato dalla beckettiana sordina dell’abitudine, del reiterato spritz, residuo postmoderno di una bourgeoise su cui Bunuel non tirerebbe nemmeno più il fango. Brad, dalla fisicità ingombrante, gigante buono relegato in un paesaggio lacustre, mastica parole ammuffite tra un aperitivo e l’altro, mentre Veronica, una Ariel spaesata, una Titania esiliata in una Sant’Elena di una provincia più velenosa della Brianza di Battisti, vorrebbe volare, ma incamera piombo ad ogni respiro. La sua vocalità ricorda, a tratti, un gabbiano arrochito che scambia per mare un lago in cui si impantanano gli ultimi desideri. La stanza 207, ulteriore contributo all’albergo drammaturgico in progress del collettivo snaporaz, si candida ad essere un luogo cerebrale dove i lampi di luce testimoniano il residuo passaggio di corrente tra i neuroni. Il finale, l’apparente riconciliazione che ricorda una tavola di Peynet, il tocco “stitico” delle dita lascia a noi spettatori la voglia di un finale diverso, di un definitivo paint it black in cui sciogliere tutti i nodi, ma l’incomunicabilità ha perso tutta la doratura di Antonioni, e l’urlo munchiano sarà soffocato dall’ennesimo spritz.

Danilo Caravà

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