Recensione: “Hate Radio”

hate radio

In questo frangente della sua stagione teatrale, denominata “Focus Media” Zona K apre le porte alle produzioni internazionali ospitando l’opera di Milo Rau “Hate Radio”, prodotta tra Germania e Svizzera con il sostegno di IIPM – International Institute of Political Murder.

Tra giornalismo, cinema e teatro il lavoro di Milo Rau si è quasi sempre posto con lo scopo di raccontare le evoluzioni, non sempre in meglio, della geopolitica, attraverso l’indagine documentaristica. Hate Radio è una dimostrazione di coerenza verso questo obiettivo divulgativo con il quale regista svizzero mostra di sapere mescolare linguaggi a lui congeniali anche nelle performance dal vivo.
Una sudatissima produzione che origina già nell’oramai lontano 2006, anno in cui Rau iniziò ad interessarsi a quanto avvenuto in Ruanda durante il genocidio dei Tutsi da parte dell’etnia Hutu. Correva l’anno 1994. Due ore di spettacolo per raccontare la storia della stazione radio RTLM (Radio-Télévision Libre de Mille Collines). Un canale di trasmissione istituzionale che per la popolazione dell’etnia di maggioranza era voce autoritaria e propagandistica e che giocò un ruolo fondamentale nel genocidio della minoranza Tutsi. Proprio attraverso la radio si diede vita ad una feroce propaganda di violenza. Furono, infatti, proprio gli operatori radio a preparare per mesi lo sterminio di circa un milione di persone. Lo fecero agendo con lucida follia, integrando nella loro trasmissione musica, intrattenimento, sport ma soprattutto comunicati politici e schiette istigazioni all’omicidio.

Hate Radio è un vero reportage documentaristico. Tradotto in una forma di teatro politico di altissimo livello, se si considerano la ricostruzione filologica degli avvenimenti all’interno della drammaturgia e la capacità del cast, quasi tutto francofono, di gettare il pubblico fin dal primo istante nel turbinio di ilarità che anima un programma radio. Se non fosse che poi, quelle comunicazioni e quelle battute terminano tutte con l’incitamento alla popolazione civile a denunciare, uccidere, massacrare, violentare e fare a pezzi i propri vicini di casa, i propri colleghi o addirittura i vecchi amici.

Forte della sua esperienza cinematografica, Milo Rau riesce ad aprire, nello spazio del teatro, una finestra sulla storia. Dal buio iniziale emergono le testimonianze reali dei sopravvissuti, che preparano il terreno alla perfomance degli attori. Si alzano le tende dello studio radiofonico della RTLM ricostruito con sottile precisione al centro della scena. Attraverso il vetro della struttura si ha la sensazione di vivere un’esperienza diretta con la storia, e al tempo stesso di mantenere un certo distacco testimoniale. Tutta la iper realistica ricostruzione della trasmissione, avviene su onde corte ed è ascoltabile dal pubblico proprio attraverso delle piccole radioline dotate di cuffia affidate al pubblico. Difficile dire quale sia lo scopo di questa scelta. Verrebbe da credere che l’intenzione fosse quella di porre lo spettatore in una situazione di isolamento tale da portarlo quasi a ritenere plausibili i contenuti della trasmissione. Oppure che sia stato un modo per non lasciar cadere nel vuoto nessuno dei dettagli cruenti che emergono dal testo. Rimane il fatto che non sfugge quasi nulla. Le telefonate in diretta di denuncia giungono anche da parte di bambini che chiedono se anche loro possono compiere gli omicidi. In alcune conversazioni vengono descritte minuziosamente le atrocità commesse verso i cittadini appartenenti alla minoranza Tutsi, condite poi da scrosci di risate, applausi e musica. Non cade nel vuoto la leggerezza con cui i tre conduttori (realmente esistiti e successivamente processati) spingono i loro ascoltatori alla repressione.

Il cast è talmente efficace, e il registro scenico è talmente realistico che quasi confonde. Al termine dello spettacolo non verrebbe nemmeno voglia di applaudire. Salvo poi vederli uscire da quel gabbiotto di vetro, e allora sì. Si torna a guardare gli attori negli occhi senza alcun tipo di barriera e ci si ricorda che di attori si tratta.
Si esce dalla dalla sala con una serie di domande.
É davvero possibile epurare gli individui della propria umanità?
Dovremmo riflettere maggiormente sui processi mediatici di affermazione delle ideologie razziste?
Al netto dei processi e della particolare violenza esercitata dai civili verso i civili durante quei tragici cento giorni del 1994, siamo davvero certi che in occidente oggi non si stiano attuando gli stessi meccanismi di influenza?

Dario Del Vecchio

Nota a margine. Per necessità di spazio non possiamo qui riportare gli sviluppi delle vicende processuali dei reali conduttori, responsabili di aver dato il segnale di via al massacro ruandese.
Ma per dovere di informazione invitiamo ad effettuare alcune rapide ricerche, digitando semplicemente su un qualsiasi browser web la chiave “RTLM Ruanda” o di seguire un paio di link utili.

George Ruggiu, conduttore. https://it.wikipedia.org/wiki/Georges_Ruggiu
Rtlm Radio (Possibile ascoltare alcuni brevi podcast): http://44226196.weebly.com/rtlm-hate-radio.html

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