Recensione: “Harryness”

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Alla platea si propone un uomo più solo di un numero primo, ed un gatto interpretato da una donna, che ha la vocazione da grillo parlante, contraltare di un Pinocchio che non ha più legno d’avanzo nell’anima per allungare il naso delle sue menzogne esistenziali., può giusto bruciare quel poco che gli rimane sull’altare dei desideri, facendoci sentire il sordo crepitio di un pallido fuoco esistenziale, in forma di battute. La solitudine sembra qui una categoria esistenziale ineludibile, una forma a priori, una lente dietro la quale il mondo appare inevitabilmente filtrato. La stanza dove si trova, fatalmente è la proiezione del suo mondo interiore, un privato inferno postmoderno, impacchettato nella plastica da un povero Christo, per vendere all’asta pezzi di anemica coscienza del protagonista.

Essere è parlare in questa piece, dove il flebile segnale di vita è reso dalla parola che ha la forza di un abbraccio allo scoglio dell’esistenza, dà ancora un calore residuale per sentirsi, o credersi, vivi. Questa tragedia di un uomo ridicolo si compie mentre in scena viene presentato un implacabile conto alla rovescia verso il Natale. Il regista/autore Paolo Trotti è riuscito a plasmare il magma incandescente di un soggetto berkoffiano, togliendo i pugni dalle tasche, per far impugnare al protagonista un microfono, e screziando con una verbale comicità woodyalleniana i ringhi e la rabbia del povero Harry. L’attore Francesco Leschiera usa, prima di tutto, la sua fisicità, la postura che evoca un punto esclamativo lievemente afflosciato, per comunicare allo spettatore il suo status esistenziale. La sua vocalità da enfant prodige del banale dramma quotidiano, da impertinente fanciullino pascoliano che tira sassi alla finestra del politicamente corretto, trova il suo apice in momenti nudi, che hanno il sapore del metallo ossidato, e sono più freddi della morte fassbinderiana. Simona Migliori esprime al meglio la sua felinità, ed è più implacabile del tafano socratico, nell’incalzare il corpo fisico e psichico di Harry. E’ una creatura mentale, il risultato di uno scontro ferroviario interiore, un deragliamento dell’es e del super io freudiani, che cercano, con i loro consigli, di defibrillare l’inerte anima del protagonista. Incarna efficacemente, uno dopo l’altro, i personaggi della vita di Harry, gli amici,la madre, l’ex fidanzata, tutti spettri evocati e giocati in scena attraverso quel perfetto simulacro di vita che è l’abito. Si ride, certo, ma si ride avvertendo distintamente nel palato il sapore di rafano, di erba amara, la quale ha il potere di evocare, efficacemente, allo spettatore che, nell’affanno quotidiano, il comico, impennato verso il grottesco è involontario, e non c’è creatura più triste, in grado di ispirare malinconia, del clown esistenziale, dopo che si è spenta la risata per l’ultima pantomima espressa sulla pista del circo. Non manca un profumo di vermut, in questo martini dry teatrale offerto al pubblico, ed è costituito da una sfumatura brechtiana, uno straniamento che scova il proprio traguardo nel microfono, dove gli interpreti trovano il loro personalissimo “egli dice”, “ella canta”. Non si rinuncia alla psicologia, ma questo Edipo, succube delle ramanzine telefoniche di Giocasta, non ha il coraggio nemmeno di accecarsi, se non drogandosi di immagini televisive, e da una mitica costruzione del passato, dipinto con pochi tratti di pastello.

Harry gioca senza troppa convinzione questa partita a flipper contro la sua solitudine, e sbatte da una parte all’altro sollecitato dai movimenti pelvici del gatto, che gioca questa partita sperando di non far cadere troppo presto nella buca tra le de alette il personaggio, ed accumulando un magro punteggio, facendolo urtare contro gli ostacoli psichici rappresentati dai suoi ricordi. Nel finale è fatale, tolta la tara del residuale bisogno dell’altro di Harry, che venga a galla, e faccia mostra di sé, tutta la mortido, l’intera cupio dissolvi del personaggio in cerca di una (im)possibile uscita di scena alcolica. Tuttavia anche questo è un rito di passaggio, una catarsi impossibile che si sporca di grottesco. Non c’è un des ex machina che cali dall’alto per salvare il personaggio, né tanto meno un epilogo nibelungico per questo travet che conta la vita sulle dita della mano, e si brucia i polpastrelli nel farlo. C’è solo la possibilità beckettiana di ripetere ossessivamente gli stessi gesti, le stesse posture, può solamente fallire ancora, e tentare, se può, di fallire meglio. Se proprio è imparentato col mito, lo è attraverso Sisifo, e come quest’ultimo porta inutilmente lo stesso masso, in cima alla stessa montagna per vederlo ogni volta rotolare giù, e questa pietra ha un nome particolarmente pesante, “senso della propria esistenza”. Forse l’indizio più importante, l’intuizione più grande di questa piece è già presente nel titolo, la geniale coagulazione in un concetto dell’unicità, dell’irriducibilità, della personale solitudine esistenziale che, per esprimersi, per dirsi, può solo citare se stessa, perché ogni solitudine è sola nel proprio personalissimo modo.

Danilo Caravà

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