Recensione: “Hamletmachine”

Hamletmachine
Foto Lucie Jansch

Dopo trentuno anni dal debutto dello spettacolo Hamletmachine di Robert Wilson tratto dall’enigmatico testo di Heiner Müller, torna a vivere grazie alla lungimiranza e alla coraggiosa operazione del Festival di Spoleto 2017 insieme all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico.

In scena al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano torna non solo una grande opera d’arte contemporanea ma una importante testimonianza rispetto ad un periodo di ricerca formale e contenutistica volta ad una sperimentazione viscerale e impeccabile, nella costruzione tecnica e metodologica, dell’obiettivo comunicativo che si proponevano. Nessuna delega alla libera interpretazione, ma una dichiarazione di intenti chiara e potente. Il testo del grande drammaturgo Heiner Müller, combinato alla messa in scena di Robert Wilson è essa stessa una macchina perfetta volutamente svuotata di ogni sentimento, di ogni emozione. Una resa dell’autore e dell’artista incastrato in uno spettacolo molto più grande di lui in cui le parole e il senso di Amleto (come simbolo emblematico) perdono ogni significato e delle quali rimane solo una forma vuota in continua e, quasi ossessiva, ripetizione. Lo stesso drammaturgo dice: “Hamletmachine è un opuscolo contro l’illusione che si possa rimanere innocenti in questo nostro mondo”.

Un mondo in cui le parole dell’artista non possono che perdersi come fumo nell’aria, lasciando solo la forma vuota e spettacolare del proprio lavoro.
Alcuni codici formali derivano direttamente dagli archetipi più antichi, espressi attraverso personaggi che mescolano icone sociali e militari che hanno cambiato e influenzato la nostra storia contemporanea. In mezzo vi sono figure completamente surreali, come lo è tutta la messa in scena metaforica e onirica.

I 15 attori in scena sono allievi dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma, messi alla prova con uno spettacolo che esigeva un lavoro estremamente approfondito e preciso. Una sfida vinta che credo segnerà il percorso di ognuno dei partecipanti. In questa messa in scena l’attore diviene infatti una macchina impeccabile che rifiuta, come lo stesso personaggio di Amleto, il suo ruolo. Eppure, come i protagonisti dell’opera di Shakespeare, restano incastrati: Il personaggio nel suo testo, l’attore nella sua parte, l’uomo nel suo ruolo.

La scena “non” interpretata è una sola. I personaggi, di volta in volta, vengono richiamati da un suono esterno che ne scandisce l’ingresso. Una volta dentro, ognuno di loro, torna a prendere il proprio posto. Mantenendo coerentemente la metafora dell’ingranaggio, il punto di vista cambia a ogni nuovo inizio. La scena concepita come un cubo gravita su stessa. Ogni volta uguale e diversa allo stesso tempo. Così anche la parola che smette di essere umana per diventare anch’essa meccanismo, stravolgimento di ogni quotidianità, a volte quasi cacofonica.
Ricorda gli orologi con scene ad ingranaggio. Allo scandire della lancetta in quel determinato momento temporale, lo sportello si apre e l’usignolo esce per cantare la sua nenia artificiale.

Michele Ciardulli

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