Recensione: “Goose – La sindrome del gioco dell’oca”

La compagnia svizzera La Cavalcade en Scène ama riflettere sui temi filosofici fondamentali e sulle paure insite nell’uomo, quelle su cui tutti, prima o poi, ragionano. Si parla dei temi della vita, della morte, ma soprattutto del ruolo dell’essere umano nell’universo. L’uomo nasce, ma per volere di chi? E per quale fine?

L’ideologia di fondo dello spettacolo “Goose: la sindrome del gioco dell’oca” prende spunto dalle origini dell’omonimo gioco da tavolo, in cui ogni casella è al contempo simbolo e metafora di una delle fasi della vita, che possono essere felici o infelici. A lanciare i dadi non siamo noi, bensì un’entità senza volto, trascendentale, come la definisce l’attrice Ladislaja Pietrangeli. La figura incognita si muove insolitamente, quasi danzando e muovendo le sue lunghe dita con la volontà di creare un disegno cosmico del quale non ci è dato conoscere il significato ultimo. Ci ritroviamo inermi, alla mercé di quest’imperscrutabile presenza che incombe come una sorta di Natura leopardiana, che prima ci dona la vita, poi come una matrigna cattiva ci porta a conoscere la sofferenza e infine ci abbandona, lasciandoci soli ad affrontare la nostra fine.

In tutta questa lampante metafora delle fasi evolutive dell’uomo, paradossalmente il ruolo che sembra maggiormente tralasciabile è proprio quello dell’entità senza volto e del gioco da tavolo che porta sempre con sé. La linearità della trama ci consente la comprensione dell’intera rappresentazione anche senza questa figura, che anzi forse perde fascino nel momento in cui viene utilizzata come mezzo per esplicitare un messaggio che è già sufficientemente chiaro di suo.

I personaggi sono pochi e concisi: uno o due massimo per ogni età dell’uomo. Si parte con l’infante, spensierato ed allegro nella sua ingenuità, dopodiché si prosegue con un personaggio maggiormente umoristico, quello della madre, per poi passare ad uno fortemente tragicomico, cioè un impiegato sopraffatto dal lavoro, e concludere con un momento più commovente in cui ritroviamo in scena due anziani che si apprestano a raggiungere la morte. Il personaggio della madre è quello che forse risulta un po’ sotto tono rispetto agli altri, non riuscendo a nascondere in alcuni momenti il suo ruolo più prettamente tecnico, che funzionale allo spettacolo: si è percepita infatti la necessità di farla entrare talvolta con l’esclusivo intento di allestire la scena o portare via oggetti.

L’intero spettacolo è basato sull’alternanza di momenti prettamente comici e di momenti estremamente tristi, con il felice risultato di smuovere negli spettatori emozioni contrastanti, passando sovente dalla risata al pianto. Probabilmente anche questo potrebbe essere letto in chiave metaforica: la vita è fatta di alti e bassi, si ride e si piange e non si può prevedere quando.

A rendere d’ impatto questo spettacolo muto sono stati sicuramente due fattori chiave: le musiche fortemente evocative composte da Nathan Jucker e mixate abilmente da Emil Cottino, e le maschere, create dalla stessa compagnia, la cui semplicità ha permesso una forte immedesimazione da parte del pubblico con ciascuno dei personaggi rappresentati. L’insieme di questi due elementi ha traslato la performance da un piano realistico ad uno maggiormente onirico e poetico e ha reso possibile la comprensione dello spettacolo a una fascia estremamente larga di pubblico: non ci sono ostacoli di età o di lingua.

Jasmine Turani

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