Recensione “Giulia, la mia migliore amica

giulia la mia migliore

Giulia, la mia migliore amica, andato in scena al Teatro LinguaggiCreativi dal 9 all’11 novembre, parla d’amore, ma anche d’amicizia; di paura, ma anche di coraggio; di responsabilità e leggerezza e spontaneità. Due amici, che fanno sesso da sonnambuli e ne affrontano le conseguenze a volte evitandole e altre chiamandole con altri nomi, che suonano meno imponenti, minacciosi, assumono un atteggiamento che potremmo ritrovare in molte coppie così come in molte individualità che si aggirano intorno ai 30 come ad una boa slegata da un fondale che non si riesce a toccare, in un mare del quale sembra scomparsa una terra d’approdo. Come ci sono arrivati? Riusciranno a restare a galla o verranno risucchiati dal turbine delle convenzioni sociali e dai timori e dai perché, per chi, per cosa, dalle preposizioni che, spesso, si fa fatica ad ignorare.

In una scena essenziale, all’interno di uno spazio comunque accogliente, vediamo i due protagonisti destreggiarsi tra il letto e la cucina, l’armadio e le loro vite e quelle degli altri che gravitano intorno come satelliti impertinenti. L’accompagnamento musicale, che in questo caso ha ragione d’essere nella misura in cui contribuisce decisamente a creare ritmo, costituisce un apporto funzionale ed in linea con l’idea ironica e grottesca che sottende l’intera pièce.

Lo spettacolo pone Matteo e Giulia, così come noi spettatori, di fronte ad una molteplicità di situazioni di indubbia attualità: gravidanze più o meno desiderate, manipolazioni più o meno celate, matrimoni in frantumi, una vera e propria fobia delle relazioni stabili, ecc. Ciò che risulta abbastanza evidente, purtroppo, è l’eccessiva durata che penalizza da una parte la storia, non permettendo di approfondire spunti importanti della stessa o di chiarirli, e dall’altra le performances degli attori, di certo abili e capaci, ma qui messi in condizione di cadere, talvolta, in clichès tanto recitativi quanto narrativi, da imputare allo sviluppo delle situazioni, che giocano sul filo sottile posto tra il cliché e l’inusitato, inciampando più spesso nel primo.

Il Teatro LinguaggiCreativi per il 2018/2019 ha, esplicitamente, proposto una “stagione urgente”, al fine di comunicare tutta una serie di parole, di storie, di modi di esistere attraverso il Teatro, forse immaginandolo come un’enorme lingua senza freni, una bocca che non serra più le labbra ma si spalanca e se ne frega di quel che esce e anzi lo accompagna, lo sbraita, lo vomita. Ed è una bella premessa. Peccato che lo spettacolo in questione non abbia messo in luce, sempre che ci fosse, l’urgenza da cui è nato, il tremore delle mani che l’hanno scritto e le vene gonfie degli attori che hanno la responsabilità di dire qualcosa di assolutamente inevitabile e farlo in maniera necessariamente destabilizzante. La cifra più evidente dell’opera è la sua vena ironica che coinvolge certamente il pubblico, ma senza buttarlo giù dalle sedute, senza un po’ di sana vertigine. Ci si aspetta questo da una stagione urgente, da uno spettacolo urgente.

Giuseppe Pipino

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